Tra le non poche questioni che interessano il Paese in questo momento, ricorda Paolo Pombeni sul Messaggero, c’è la situazione del sistema sanitario.
È semplicistico parlare sempre di crisi, perché la situazione è a macchia di leopardo e perché andrebbe precisata la portata delle varie crisi, che a volte sono una mezza catastrofe, a volte una situazione di scarsa efficienza che potrebbe essere riportata a regime.
Va abbastanza di moda imputare tutto alle risorse destinate alla sanità che sarebbero lontane da quanto necessario.
Ancora una volta in generale è vero, in dettaglio magari sarebbe opportuno chiedersi dove stiano gli sprechi per negligenza e quelli per compiacere anche domande localistiche che vengono dall’opinione pubblica e che i politici più che altro cavalcano (in vari casi guadagnandoci anche un po’, ma questo non è il punto centrale, per quanto sia riprovevole).
Forse è in questa direzione che va l’autorevole appello lanciato ieri dal presidente Mattarella.
Il grande problema che appare a un non tecnico come il sottoscritto, ma che con la sanità ha avuto come molti a che fare, è la necessità di programmare un sistema che unisca una forte struttura di territorio ad una creazione di poli di grande eccellenza che non possono essere numerosi più di tanto.
Partiamo pure da quest’ultimo punto.
Con i progressi della medicina che consentono di affrontare problematiche fino pochi anni fa non aggredibili è assolutamente importante avere grandi centri con le attrezzature adeguate e il personale altamente qualificato che serve per portarle al livello di eccellenza.
Accanto al tema della medicina ad alta, talora altissima specializzazione, sta quello della assistenza diffusa.
Da un certo punto di vista è un tema persino più grave.
La pesante esperienza della pandemia di Covid ha mostrato quanto costi la debolezza di un sistema con medici che devono trattare migliaia di pazienti, quasi sempre privi di supporti.
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