Il documento in cui il Cnel discute l’opportunità di fissare per legge un salario minimo «suggerisce una certa cautela per cui questa misura non risolverebbe il tema del lavoro povero». A commentarlo è Marianna Filandri sulla Stampa. «Perché l’introduzione di un salario minimo legale non basta per contrastare la povertà da lavoro? Perché affronta solo una causa del problema: quanto si guadagna all’ora. Vi sono però altre dimensioni rilevanti, come il numero di ore lavorate, la continuità di occupazione, da quante persone e da quanti percettori di reddito è composta la famiglia nella quale si vive. Il fatto che il salario minimo non risolva la questione del lavoro povero non esclude, tuttavia, che lo possa ridurre, migliorando le condizioni di vita di quella parte della popolazione che percepisce pochi euro all’ora. Questo elemento è indubbio e vale per tutti gli occupati a basso salario».
Secondo Filandri, infatti, «il documento non aggiunge o toglie nulla agli obblighi del governo. C’è una responsabilità politica di garantire a chi lavora il diritto a un’adeguata retribuzione. Se infatti anche accettassimo in maniera acritica che posizioni diverse nel dibattito scientifico lo rendono poco robusto per orientare l’azione di governo, si deve tener conto di altre buone ragioni. La prima è che qualsiasi misura implica l’accettazione di certi livelli di rischio sull’esito atteso, in questo caso la riduzione della povertà da lavoro. La seconda è l’affermazione di una presa di posizione politica e non tecnica. L’introduzione del salario minimo legale deve infatti partire dall’affermare il fondamento ultimo del valore e della dignità del lavoro. Retribuire scarsamente gli occupati è una forma di disconoscimento e di ingiustizia. In questo senso un ordine sociale e giuridico deve tutelare l’esercizio del lavoro, a partire da una adeguata retribuzione».
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