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Il salario minimo e l’effetto boomerang | L’analisi di Maurizio Belpietro

Pasquale Tridico – osserva Maurizio Belpietro su La Verità – ha scoperto come far guadagnare allo Stato 1,5 miliardi: secondo l’ex presi dente dell’Inps, sarebbe sufficiente introdurre il salario minimo e ogni anno le casse pubbliche non soltanto incasserebbero più Irpef e più contributi, ma spenderebbero anche meno in sussidi.

Insomma, l’uovo di Tridico è così incredibilmente banale da spingerci a chiedere perché nessuno prima dell’intervista alla Stampa del suddetto professore ci avesse pensato.

Occorre a questo punto chiarire un concetto: nonostante le cifre sparate a casaccio dalla sinistra (e anche da alcuni giornalisti), il salario minimo riguarda solo poche centinaia di migliaia di lavoratori che oggi hanno retribuzioni orarie più basse rispetto a quelle medie.

Inoltre, Belpietro ricorda che l’Adapt, associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali, ha presentato due settimane fa alla Camera, durante un’audizione della commissione Lavoro.

Il gruppo di esperti guidati da Michele Tiraboschi, cioè dall’erede del pensiero di Marco Biagi, ha spiegato senza giri di parole non solo che il salario minimo legale che tanto piace a Tridico e compagni «non è di per sé una garanzia di retribuzione minima adeguata», ma che paradossalmente, l’introduzione di una retribuzione oraria fissata per legge «rischia di indebolire il sistema di rappresentanza e la funzione dei contratti collettivi».

In altre parole, oltre a non servire per assicurare salari più elevati, c’è pericolo di indebolire le garanzie offerte dai contratti nazionali.

Il contrario, dunque, di ciò che si vuole ottenere.

Così il lavoro povero continuerebbe a essere tale e chi oggi è tutelato dalla contrattazione collettiva ne vedrebbe annullati gli effetti.

Un boomerang, dunque?

Più o meno.

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