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Il referendum non è un like | L’analisi di Antonio Polito

Se si possono raccogliere le firme per un referendum come si fa con le petizioni online o con i like sui social, è un bene o un male per la democrazia?

È la domanda che si pone sul Corriere della Sera Antonio Polito.

All’apparenza – osserva – sembrerebbe senza ombra di dubbio un bene.

Il sistema digitale, utilizzato per la prima volta con successo dai promotori del referendum per dimezzare i tempi della cittadinanza agli stranieri residenti, è certamente più pratico e semplice di prima, quando le 500 mila firme andavano apposte davanti a un notaio, un cancelliere o un segretario comunale.

Costava fatica e sudore, e molte volte i promotori non ce l’hanno fatta.

Da poche settimane basta invece andare su una piattaforma digitale offerta dal ministero della Giustizia.

E infatti per questo primo esperimento di «referendum-speedy gonzales» negli ultimi due giorni le firme sono piovute al sorprendente ritmo di diecimila all’ora.

Ma cinquecentomila è pur sempre una piccola minoranza.

Anche più piccola di quanto avrebbe rappresentato lo stesso numero di firme se raccolto ai banchetti alla vecchia maniera: ogni adesione richiedeva infatti allora un tale impegno da valerne tre o quattro di quelle di oggi.

Quindi l’asticella per i promotori di referendum si è abbassata di molto.

E se oggi festeggia la sinistra, domani potrebbe dolersene.

Niente impedirebbe, per esempio, ai seguaci di Vannacci (manco a farlo apposta cinquecentomila preferenze alle europee) di indire un giorno un proprio referendum per allungare invece i tempi della cittadinanza, o magari negarla addirittura a persone che a loro giudizio non rappresentassero somaticamente il fenotipo italiano.

Voglio dire che se si comincia così, se si può così facilmente mobilitare l’opinione pubblica, guidando per almeno qualche giorno il dibattito politico, si attribuisce a piccole minoranze attive un potere troppo grande.

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