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Il primo strumento di contrasto al terrorismo è sempre la capacità di chiamarlo col suo nome | L’analisi di Ezio Mauro

Convinti di aver capito la lezione che viene dal passato, scrive Ezio Mauro su Repubblica, non credevamo che i nostri figli avrebbero vissuto la contemporaneità di un pogrom, con i tagliagole che attaccano di notte per uccidere uomini, donne e bambini inermi, colpevoli soltanto di essere ebrei e per questo giustiziati come portatori di una colpa perenne, inestinguibile.

Ma è inutile negare che nel massacro programmato dai terroristi di Hamas abbiamo intravisto – in diverse proporzioni e in tutt’altro contesto – la stessa scintilla dell’Olocausto con l’ebreo da annientare come perpetua e suprema missione, fuori dal tempo e indifferente allo spazio dove si compie.

Proprio per queste ragioni anche il pogrom di Hamas è un unicum dei nostri anni.

Il problema è che non riusciamo a tenere lo sguardo fermo sul male.

Ecco perché fatichiamo a chiamare il pogrom col suo nome, nell’unico significato possibile.

Ma l’esperienza italiana col progetto di eversione armata e omicida, prosegue Mauro, ci ha insegnato che il primo strumento di contrasto al terrorismo è sempre la capacità di chiamarlo col suo nome, senza infingimenti e ambiguità.

Così non ci possono essere dubbi sulla natura di Hamas, sui suoi metodi e sui suoi obiettivi, dichiarati.

Le scelte sciagurate compiute dal governo di Israele sono un’altra cosa, fanno parte della politica e non di uno statuto di sterminio, meritano condanna e opposizione ma non possono diventare un elemento di giustificazione o un’attenuante.

Anche la sofferenza e la disumanità delle condizioni di vita a cui sono costretti i palestinesi a Gaza devono essere considerate di per sé, nel loro significato che testimonia la negazione di un diritto, e valutate per questo: mentre sotto i bombardamenti la vita della popolazione civile della Striscia si riduce a semplice corollario collaterale del nemico, Hamas, senza distinguere.

Abbiamo oggi l’autonomia e la libertà per capire e giudicare queste diverse realtà che ci interpellano?

Non ci accorgiamo nemmeno che nel declinare l’unica vera soluzione alla crisi mediorientale infinita – due popoli, due Stati – noi occidentali condensiamo in una formula due distorsioni clamorose: la prima è l’affidamento della rappresentanza della popolazione palestinese tenuta in gabbia a un’organizzazione terroristica; la seconda è la noncuranza con cui ribadiamo, accanto al diritto all’autodeterminazione palestinese (che per quel popolo continua a essere un miraggio fino a sembrare un inganno), il diritto di Israele a esistere: come se la sopravvivenza fosse una semplice variabile gregaria della politica, un’opzione tecnica che va ogni volta protocollata.

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