Chi più autorizza, più partecipa ai risparmi sulla nuova energia da fonte rinnovabile prodotta, con tanto di sconti in bolletta per cittadini e imprese locali.
È questo, secondo quanto risulta al Messaggero, il grimaldello che ha in mente il governo, e in prima linea il ministro Gilberto Pichetto Fratin, per smontare definitivamente l’ultimo collo di bottiglia, presso gli uffici di Regioni, Province e Comuni, che incontrano pale eoliche e pannelli fotovoltaici prima di arrivare all’allaccio dell’impianto.
Perché non basta dare una spinta alle autorizzazioni presso la Commissione Via-Vas e Pnrr-Pniec del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, se poi l’iter si blocca presso i territori come successo agli oltre 1.300 progetti in coda, il 74% distribuito tra Puglia, Basilicata, Sicilia, Campania e Sardegna.
Le richieste di connessione alla rete elettrica nazionale di impianti a fonti rinnovabili hanno superato i 340 Gigawatt, secondo i dati di Terna, ma finisce che le Via nazionali, quando arrivano, ci mettono anche anni, a trasformarsi in autorizzazioni regionali creando un vero corto circuito.
E nemmeno si può continuare a liberare i progetti a suon di “poteri sostitutivi” come fatto finora dal governo per superare anche il dissenso tra il Mase e Ministero della cultura.
Si tratta di uno strumento di emergenza, ha i suoi limiti.
Invece al settore serve una macchina autorizzativa che vada al massimo da sola, se vuole centrare gli sfidanti obiettivi dettati dall’Europa.
La leva dello Sblocca-Regioni individuata dal ministero, sembra la via obbligata insieme al Piano delle “aree idonee” che sarà approvato entro 10 giorni, una mappa delle aree in un cui poter installare con pratiche da sbrigare in un giorno con autorizzazione Via automatica.
In Italia possono passare fino a 7 anni, tra autorizzazioni e ricorsi, prima che un impianto rinnovabile entri in produzione.
In Germania e Francia bastano 12 mesi a questo traguardo a cui punta il governo.








