Il Paper “100 Proposte per l’Italia” – Quattro idee per la ripartenza della Cultura

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Dopo 200 giorni da quando è nata la piattaforma digitale www.ripartelitalia.it e il relativo think tank magazine, l’Osservatorio Riparte l’Italia ha deciso di mettere insieme le idee e i suggerimenti di oltre 500 esponenti della società civile e di elaborare, sulla scia di tali considerazioni, 100 proposte per l’Italia, raccolte in un unico paper.

Vi proponiamo le nostre proposte divise per argomenti, in modo che sia più facile navigarle, consultarle e approfondirle, corredando le singole proposte con il testo del capitolo di riferimento presente nel Paper, scaricabile qui.

Le Quattro Proposte per la Cultura presentate dall’Osservatorio Riparte l’Italia:

  1. Investire nella cultura come formazione, educazione, ricerca e socialità
  2. Prevedere fondi e incentivi fiscali per il salvataggio delle imprese culturali
  3. Sfruttare le ICT al servizio di enti e istituzioni della cultura
  4. Trasformare i musei in hub culturali, per gli utenti e per gli artisti

La ripartenza economica del sistema Italia non può andare disgiunta da una compiuta valorizzazione del suo immenso patrimonio culturale, in tutti i suoi variegati aspetti.

«Un’idea, palese o celata, che circola spesso nei periodi di crisi è che la cultura sia un lusso», avverte Giusella Finocchiaro: «ritengo, invece, che la cultura sia una necessità, soprattutto per un Paese come il nostro. Perché senza la cultura non si può costruire un progetto, non si può pensare a un futuro, non si possono avere speranze e non si può progettare a lungo termine. Il termine “cultura” è polisenso. Ci si può riferire all’educazione, alla formazione, alla ricerca e anche allo spettacolo, cioè alle arti, alla musica, alla danza, al teatro.

Le accezioni di “cultura” come educazione, formazione, ricerca scientifica sono ben note ed è chiaro perché gli investimenti in questi settori sono necessari. È più difficile forse comprendere perché sia necessario oggi continuare a investire nel teatro, nella musica, nella danza, nelle rappresentazioni sceniche, in tutto quello che non è strettamente collegato alla cultura intesa come educazione scolastica, formazione professionale o ricerca scientifica. Intanto, ovviamente, si tratta di una forma, forse la più alta, di rappresentazione della capacità creativa dell’uomo.

E poi perché, e su questo sarebbe bene riflettere, questa forma di cultura è, in realtà, anche una forma di socialità. E ce ne accorgiamo adesso, dopo il lockdown, dopo il periodo in cui i nostri teatri sono rimasti chiusi per mesi, che quella forma di “stare insieme” in una maniera particolare e vivere, di persona, la rappresentazione, con degli attori che sono lì davanti a noi sul palco, è mancata» (13 luglio 2020).

Con riferimento a dei settori particolarmente segnati dalle chiusure imposte dall’emergenza sanitaria, quello dello spettacolo (nei teatri, ma anche nelle piazze e negli spazi dedicati ai più o meno grandi concerti) e quello dei musei, sono state formulate proposte per la ripartenza, che passa attraverso la salvaguardia del valore dell’arte e l’occupazione degli operatori (artisti e non), messa in serio pericolo.

Infatti, stando ad uno studio di SDA Bocconi (del giugno del 2020) coordinato dal professor Andrea Rurale e intitolato «Rivedere il modello di business», nella cd. Fase 2 la crisi dei teatri emerge in tutta la sua drammaticità. I numeri dicono che il 76,5% dei teatri ha fatto ricorso agli ammortizzatori sociali, contro il pur ragguardevole 48,7% dei musei. «Lo studio dimostra che i musei avranno più facilità a ripartire – ha affermato Rurale – il distanziamento sociale è impensabile in una sala teatrale sia tra il pubblico, dove metà della platea risulterebbe vuota, sia sul palcoscenico dove si potrebbero mettere in scena solo monologhi. Nei musei invece le opere sono già presenti ed esposte e possono organizzarsi per

limitare gli accessi e predisporre nelle sale percorsi obbligatori, mentre i teatri devono interagire con manager e artisti oltreché con il pubblico». Lo Studio fornisce altri numeri utili per una comprensione della situazione: il 73,5% dei teatri ha risolto, o pensa di risolvere, contratti per causa di forza maggiore contro il 17,9 % dei musei (8 giugno 2020).

Alessandro Longobardi, direttore artistico di Teatro Brancaccio, Sala Umberto e Spazio Diamante fa un invito al Governo in vista della ripartenza delle imprese culturali che non appartengono al teatro pubblico. «Nel medio termine – ha detto Longobardi in una nota – il Governo può studiare l’inquadramento del nuovo contesto socio-economico e fare una legge idonea, attesa da molti anni dal settore. Nel brevissimo termine, può fare tre scelte coraggiose e illuminate: per sollevare le imprese dal deficit, nato dallo stop forzato, deliberare la nascita di un “Fondo di salvataggio” che operi a fondo perduto; per rilanciare la produzione, estendere la garanzia dello Stato dal 90 al 100% verso le banche; estendere il Tax Credit interno esterno con aliquota del 100% e tetto su investimento, alle imprese teatrali; per dare lavoro immediato alle masse artistiche e tecniche avviare la costruzione di una library del teatro in video».

Longobardi poi fa un invito anche al Servizio Pubblico: «Si apra Rai-Teatro con un budget di 200 milioni in tre anni. Come d’incanto avremo le condizioni per creare valore e mantenere l’occupazione stabile» (14 maggio 2020).

Intanto, i musei si stanno riorganizzando. Nell’Italia divisa in zone dell’autunno 2020, i luoghi dell’arte si mobilitano, rispolverando, nei limiti del consentito, le modalità già testate durante il primo lockdown della primavera: in tanti infatti stanno stilando programmi ricchi di approfondimenti da seguire collegandosi con un click sui profili social.( 9 novembre 2020)

Si tratta di iniziative che corrispondono agli auspici del prof. Stéphane Verger – nuovo direttore del Museo Nazionale Romano – molto legato al nostro Paese: «Nei musei in generale e nel Museo Nazionale Romano in particolare c’è talmente tanto da fare per ripensare le collezioni, i percorsi espositivi, il restauro delle opere. Non sarà un periodo perso. Dietro le porte chiuse si continua a lavorare e poi si potrà mostrare il risultato di questa attività. Tanti miei colleghi la pensano così». In una fase delicata come quella che si va prospettando in questi giorni, egli spiega, «un museo deve essere presente sui social network. Da un male possono uscire cose buone, un nuovo modo di presentare le collezioni, sperimentare percorsi nuovi».(6 novembre 2020)

Roberto Grandi, presidente di Istituzione Bologna Musei, nel soffermarsi sul tema ha osservato che, ad oggi, «i musei non sono più considerati gallerie di sale espositive, ma istituzioni che operano come hub culturali in una logica di accountability verso la società con precise forme di responsabilità sociale verso, almeno, quattro tipologie di pubblico: la comunità locale, i turisti, la scuola, i creativi». Rileva ancora Grandi: «I musei che hanno collezioni permanenti che testimoniano la storia del territorio sono infatti impegnati in azioni, anche fuori dalle proprie mura, che contribuiscono al superamento della soglia culturale, sociale e economica che ancora tiene molti lontani dai musei.

Si tratta di progetti inclusivi e partecipativi in un’ottica di welfare culturale che rendono i musei luoghi familiari e da abitare, più che da visitare con distacco. Questo obiettivo presuppone anche la formazione di nuove professionalità. I turisti sono il secondo pubblico. Almeno per alcuni anni si assisterà a una modifica nel mercato del turismo culturale. Il Nuovo Turista Culturale sarà meno interessato alle mostre blockbuster, incentrate su artisti mito, basate sui grandi numeri del botteghino. Se abbandoneremo il grande numero quale misura del successo di una mostra realizzeremo esposizioni meno costose, più gestibili e più attente alla qualità curatoriale. I musei hanno anche la responsabilità civica di contribuire a formare il gusto dei visitatori.

Il terzo pubblico dei musei è il mondo scolastico e della formazione. I Musei più innovativi propongono non visite passive alle scolaresche, ma attività didattiche e formative laboratoriali integrate con quelle scolastiche come opportunità di crescita ulteriore per le nuove generazioni attraverso gli stimoli dell’arte.

Gli artisti e creativi sono il quarto pubblico che, in questa situazione è, con l’eccezione degli artisti più affermati, tra le categorie più colpite dalla crisi senza clausole di salvaguardia o cassa integrazione da cui ripartire. Chi ha una galleria di riferimento può non ritrovarla dopo la crisi, chi si sostiene vendendo le proprie opere soffrirà la crisi del mercato dell’arte. Per molti è un problema anche comprare i materiali per produrre nuove opere o avere uno spazio dove realizzarle. Il museo deve prendere una posizione chiara in questo preciso momento e assumersi responsabilmente carico delle necessità della comunità che rappresenta, magari rinunciando alla organizzazione di una nuova mostra per mettere a disposizione le proprie risorse e i propri spazi.

Da questa considerazione nasce all’interno del Museo di Arte Moderna MAMbo (uno dei 13 musei della Istituzione Bologna Musei) un nuovo concetto di museo denominato Nuovo Forno del Pane: non più casa delle opere ma degli artisti, incubatore di nuove progettualità» (22 maggio 2020).

Cultura e Internet. Un binomio che se da un lato assicura visibilità e diffusione all’arte, dall’altro rischia di pregiudicare gli artisti.

Il compositore, pianista e direttore d’orchestra, Premio Oscar, Nicola Piovani, intervenendo, nel maggio del 2020, al Forum Ansa sul recepimento della direttiva Ue sul copyright in Italia ha detto: «la Rete può trasformarsi da strumento delle libertà a strumento di soffocamento delle libertà. Con il diritto d’autore, non si toglie nulla a chi vuole pubblicare liberamente la poesia di un amico in rete, ma semplicemente laddove c’è lucro, questo lucro non può essere totalmente del padrone della piattaforma che usa contenuti di altri».

«L’obbligo di pagare il copyright – precisa Piovani – è per quelle piattaforme che percepiscono degli introiti pubblicitari come Google, YouTube Facebook. Ad esempio Wikipedia non ha pubblicità quindi non deve pagare i diritti per i contenuti condivisi. I giganti del web sono una risorsa ma anche un rischio per l’umanità non solo per i musicisti, perché sono corazzate potentissime che sono molto devote alla religione del massimo profitto, sono guidate da un’unica cometa: ottenere lo 0,02 per cento in più dei dividendi, un principio che non solo uccide gli autori, ma la civiltà» (26 maggio 2020).

Tra i diversi ambiti della Cultura, sui quali si gioca la partita della ripartenza, vi è senz’altro quello dell’Editoria. Su di esso si è abbattuta la tempesta della crisi provocata dal Covid-19.

«Sommando gli effetti del lockdown con la caduta della domanda nella seconda parte dell’anno – ha dichiarato il Presidente di Aie (Associazione italiana editori), Ricardo Franco Levi – temiamo che l’intero mercato del libro possa chiudere il 2020 con un pesantissimo calo di fatturato quantificabile tra i 650 e i 900 milioni rispetto ai 3,2 miliardi complessivi del 2019. Non si esce da questa crisi senza una forte presa di consapevolezza da parte di istituzioni e operatori – aggiunge Levi – la partita non è chiusa, sia pure nelle difficoltà, le imprese stanno reagendo e un forte sostegno alla domanda, tramite bonus alle famiglie e acquisti delle biblioteche, può ancora avere significativi effetti» (29 maggio 2020).

In effetti, dalla quarta rilevazione dell’osservatorio sull’impatto Covid-19 dell’Associazione Italiana Editori (Aie), con dati raccolti dal 19 al 23 aprile, dedicata all’editoria mediopiccola, emerge che quasi un editore su dieci sta valutando la chiusura già nel 2020. Molto pesante è stato il calo del fatturato: il 72% dei piccoli e medi editori stima una perdita a marzo superiore al 30%, il 56% superiore al 50%, il 29% superiore al 70%. Il crollo delle vendite nelle librerie chiuse al pubblico e nella Grande distribuzione organizzata (Gdo) è stato controbilanciato parzialmente dalle vendite di ebook e negli store digitali.

Solo il 14% degli editori indica un aumento nella vendita di ebook superiore al 40%; le vendite negli store online sono cresciute di oltre il 40% solo per il 2% degli editori e quelli sul sito della casa editrice di oltre il 40% solo per il 16%. In attesa della ripartenza, pochi sono ottimisti: solo il 2% dei piccoli e medi editori ritiene che nel 2020 manterrà il fatturato del 2019 grazie a un recupero nella seconda parte dell’anno. Il 57% scommette nel 2021, il 33% non prima del 2022 e l’8% ancora più in là (12 maggio 2020).

Il Governo sembra avere una strategia chiara su questi temi.

«Le linee guida del Recovery fund approvate dal Comitato interministeriale per gli affari europei e presentate al Parlamento il 15 settembre 2020 indicano, tra gli altri, l’obiettivo del sostegno al settore editoriale nell’ambito della missione ‘Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo’». Lo ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Andrea Martella.

«L’obiettivo generale è il miglioramento di tre indicatori Desi di sviluppo digitale (Digital Economy e Society Index): incremento della digitalizzazione aziendale delle imprese editrici e della rete di distribuzione e vendita di giornali; aumento delle persone con competenze digitali e degli specialisti nel settore dell’informazione; incremento dell’uso consapevole della rete per leggere giornali o riviste», ha aggiunto lo stesso Martella, sottolineando che «in particolare, puntiamo ad estendere e adattare al comparto editoriale e dei servizi di informazione e comunicazione gli incentivi del Piano Transizione 4.0 già previsti dall’ordinamento vigente per le imprese manifatturiere.

Mi riferisco in primo luogo al credito d’imposta per investimenti in beni strumentali, indispensabile per supportare e incentivare le imprese editrici che investono in beni, materiali e immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi (data, cloud, e-commerce, multimedia) e al credito d’imposta formazione 4.0, per stimolare gli investimenti delle imprese editrici nella formazione delle professionalità rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese (social media manager, content manager, data specialist, videomaker), nonché nella riconversione o riqualificazione professionale dei lavoratori over 45.

In questo quadro rientrano anche i sostegni agli investimenti delle imprese editoriali in dispositivi di protezione tecnologica (cybersecurity) indispensabili per la lotta alla pirateria digitale e in generale a tutti gli investimenti funzionali al rafforzamento tecnologico dell’industria editoriale. Puntiamo inoltre ad aprire al settore editoriale i Bandi per progetti di ricerca e sviluppo e innovazione afferenti al tema dell’Agenda digitale. Ma anche a consentire a tutti soggetti della filiera l’accesso a contributi in conto capitale e prestiti agevolati per l’implementazione di progetti digitali evolutivi di marketing editoriale e soluzioni tecnologiche digitali di filiera per l’ottimizzazione della gestione della catena di distribuzione» (26 settembre 2020).

Stefano Mauri, presidente e AD del Gruppo Gems (Gruppo editoriale Mauri Spagnol), ha espresso la sua opinione sul momento in generale e sul comparto editoria in particolare: «Per aiutare i librai bisogna essere veloci. Per due mesi in meno di fatturato ci saranno mille mesi di nulla. Per questo il contributo alle famiglie destinato alla lettura va dato presto – ha detto – le case editrici hanno una dimensione concreta e una dimensione immateriale che è la preparazione dei testi, la parte culturale. La parte immateriale non si è fermata durante il lockdown, anzi gli autori hanno avuto molto più tempo chiusi in casa: chi di migliorare quello che stava già scrivendo, chi di scrivere cose che non pensava.

Ci aspettano letture formidabili. Per questo tutti noi editori abbiamo proposto il bonus per le famiglie: 100 euro per chi ha un bambino di 5 o sei anni ma che possono spendere anche genitori o fratelli più grandi. Bisogna portare gli italiani a leggere di più. Portare la cultura in primo piano, questa è una cosa su cui l’Italia zoppica un po’» (3 giugno 2020).

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