Luca Ricolfi sul Messaggero cita la scrittrice e poetessa Edith Bruck, ebrea e progressista, che in due recenti interviste confessa che, dopo il massacro dei bambini israeliani perpetrato da Hamas, ha cambiato idea sull’immigrazione, le politiche di accoglienza, l’antisemitismo arabo e palestinese: “Le parole di Edith Bruck – scrive Ricolfi – sono cruciali, perché ci costringono a riflettere a fondo su concetti come razzismo, xenofobia, islamofobia.
Il pensiero dominante sui media (e fra le élite) è che si tratti di atteggiamenti di ostilità, talora di odio, verso determinati gruppi o etnie, e che tali atteggiamenti siano basati su ignoranza, pregiudizi, false credenze.
Di qui la necessità, anzi l’imperativo categorico, di correggere, istruire, rieducare a una corretta percezione della realtà.
Ma qualcuno può pensare di dover rieducare Edith Bruck?
No, credo che Edith Bruck sia stata semplicemente sincera.
E che sia venuto il momento di riconoscere qual è il meccanismo che, spesso, fa scattare la diffidenza verso determinati gruppi e, simmetricamente, qual è il meccanismo che la disattiva.
Ebbene il meccanismo-base è l’esposizione differenziale al rischio.
Ci sono gruppi sociali più esposti al rischio di interazioni sociali pericolose, e gruppi sociali meno esposti.
È questo – osserva Ricolfi – che differenzia i ‘ceti medi riflessivi’ dai ceti popolari.
È questo che, nelle grandi città, distingue chi vive nella Ztl da chi abita nelle periferie.
Non è perché sono rozzi e incolti che i ceti popolari sono più inclini dei ceti alti a diffidare degli immigrati, ma semplicemente perché – per i luoghi in cui vivono, e per gli strumenti di autodifesa di cui (non) dispongono – sono più soggetti a vari tipi di rischio: aggressioni, furti, rapine, ma anche concorrenza sul mercato del lavoro e nell’accesso al welfare.
Il caso della Bruck illustra in modo perfetto il meccanismo: per l’élite culturale l’apertura è un comodo segno di distinzione e di superiorità morale fino a quando non si corre il rischio di diventare bersagli, ma diventa improvvisamente una postura irrazionale allorché ci si rende conto di essere personalmente vulnerabili, in questo caso in quanto ebrei.
Di qui una semplice lezione. Quel che viene sbrigativamente etichettato come razzismo, xenofobia, islamofobia, talora è effettivamente odio e disprezzo immotivato per determinati gruppi o minoranze, ma non di rado – conclude – è semplicemente paura, timore, preoccupazione, avversione al rischio”.
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