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Il dibattito sterile sull’esistenza o meno del centro politico | L’analisi di Alessandro Campi

“Si è riaperta la discussione, ossessivamente ripetitiva, non si capisce quanto appassionante fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, sul centro politico che non c’è e che si dovrebbe costruire per dare finalmente al sistema partitico italiano stabilità, serietà, rigore ed efficienza”.

Così Alessandro Campi sul Messaggero spiegando che la “discussione è viziata e resa nel complesso poco produttiva da alcuni dati di fatto banalmente trascurati e da alcuni errori interpretativi.

Il primo dato, scontato ma ineludibile, è che il centro nell’Italia odierna esiste già.

Se ne conoscono, tra la destra e la sinistra, almeno quattro espressioni consolidate: Forza Italia, i moderati di Maurizio Lupi, Italia Viva (Matteo Renzi) e Azione (Carlo Calenda).

Il peso nelle urne di queste forze è peraltro ben conosciuto.

Sommando tutta l’offerta, il venti per cento (scarso).

Evidentemente, gli elettori preferiscono altro.

Certo, in passato il centro aveva altri numeri, ma la storia, anche quella dei sentimenti collettivi, cambia.

Altro problema emerso nella discussione di questi giorni sul centro da costruire e su chi dovrà guidarlo: partiti e leader non si costruiscono a tavolino, anche se nell’Italia degli apprendisti stregoni si continua a pensarlo.

I partiti veri, a meno di non considerare tali le sigle elettorali frutto di qualche manovra parlamentare o al servizio delle ambizioni di carriera di un singolo – sottolinea Campi – prima nascono nella società (da istanze e aspettative reali) e poi entrano nel Palazzo, non il contrario.

Ma lo stesso può dirsi di un capo politico: sono i seguaci che lo consacrano tale, non basta un’autocandidatura a mezzo stampa.

Questione aperta e conclusiva.

Ma perché i diversi tronconi centristi esistenti oggi in Italia non si aggregano o uniscono, accrescendo così la loro forza e capacità d’incidenza?

Dipende solo da un eccesso di personalismo che sfocia nella miopia e, come è capitato nell’ultimo quindicennio, in una forma di sostanziale accondiscendenza ideologica nei confronti del tecnicismo apolitico al potere?

La difficoltà probabilmente nasce dallo scambiare un posizionamento spaziale tattico – stare al centro o nel mezzo, nella convinzione che così possa lucrarsi il massimo del vantaggio in termini di mediazione – con una proposta politico-programmatica di per sé evidente e convincente”.

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