Ludovico Settala e Alessandro Tadino. Questi nomi tirati fuori d’emblée non dicono nulla. Ma per chi ha confidenze letterarie o storiche, a qualcosa indirizzano.
Siamo nella Milano del XVll secolo, durante la dominazione spagnola, durata dal 1525 al 1700. Il suo territorio era un ducato nato dalle “costitutiones”, portate avanti sia dagli Sforza che da Carlo V. Ma era ulteriormente frazionato in feudi imperiali e feudi ecclesiali.
Ludovico Settala era un medico di alto rango, un medico accademico. Egli salì sugli scudi in quel tempo, per aver combattuto la peste, che si abbatté nella città meneghina, sia nel 1576 che nel 1628.
Quest’ultima narrata nel romanzo dei Promessi Sposi, da Alessandro Manzoni.
In quel tempo la medicina non era ancora autonoma rispetto alla filosofia, indi Ludovico si muoveva su più fronti, scrivendo quindi di medicina, ma anche di storia naturale, di politica e filosofia morale.
Settala sopravvisse alle due epidemie (eventualità non facile) e nella sua lunga vita, ebbe modo di dare insegnamenti all’università di Pavia.
Nella peste del 1628, nonostante fosse ottuagenario, un’età avanzatissima per i tempi, fu messo a capo del Tribunale di Sanità, il consiglio che sovrintendeva alla salute dei milanesi. E nell’ottobre di quell’anno,
Settala segnalò che fra Bergamo e Lecco, vi potevano essere casi di peste.
Tale sospetto era dovuto dal passaggio in quei luoghi delle soldataglie dei Lanzichenecchi, mercenari arruolati in Germania e scesi in Italia per combattere contro il Ducato di Mantova.
E quando risalirono verso le loro terre, si constatò con il tempo che effettivamente avevano lasciato i batteri della terribile malattia.
Ma in quei periodi il rilievo era lento e Settala fu appunto il primo a capire che quelle strane morti, in quelle valli, erano frutto del terribile morbo.
Dopo il lecchese e la bergamasca toccò alla città di Crema.
E ivi morirono circa 10.000 persone su 40.000.
A questo punto entra in scena Alessandro Tadino, anch’esso medico, accademico e componente nel Tribunale di Sanità, il quale si recò nei pressi di Lecco e sul Lago di Como e confermò le tesi di Settala.
Allora iniziò ad adoperarsi per far prendere dei provvedimenti nella città di Milano. Propose un cordone sanitario.
Ma il governatore dello Stato, tal Ambrogio Spinola, rispose che le preoccupazioni per la guerra, erano di maggiore entità e non fece nulla.
Quindi si celebrarono in strada festeggiamenti per la nascita del primogenito del re di Spagna, senza preoccuparsi minimamente del contagio, che iniziò intanto a diffondersi.
I cronisti dell’epoca, si affannarono a trovare il paziente zero di Milano, come si farebbe ora, e lo individuarono in certo Pietro Antonio Lovato. Un soldato rientrato dalla guerra.
Dall’esame del corpo di costui, confermata la peste, il Tribunale fece bruciare tutte le sue robe e rinchiuse nel Lazzaretto, tutti coloro che vi erano entrati in contatto.
Questo forse rallentò ma non fermò il contagio.
Infatti vi furono molti casi in città, ma i milanesi non se ne avvidero, attribuendo le morti ad altre malattie e le autorità soprassedettero e permisero lo svolgimento del carnevale.
Ma il tribunale ebbe un sussulto e nei casi sospetti, iniziò ad applicare le quarantene nel Lazzaretto. Ma la popolazione, per non finirci dentro, iniziò a nascondere la malattia.
L’ignoranza del tempo, intrisa di superstizione smodata, fece accusare il figlio di Ludovico Settala, medico anche lui, ed in prima linea nel contrasto, di “malaugurio”.
Insomma si inziò a combattere la peste in un clima di confusione totale.
Tra occultanti, malauguranti e governanti sciagurati.
Furono i nobili più influenti a gridare un allarme che iniziò a serpeggiare tra le folle.
Ma il tempo passava e Milano ormai evidenziava focolai che crescevano. Così il Lazzaretto iniziò ad affollarsi, a tal punto da studiarsi un altro luogo di raccolta più ampio.
I provvedimenti del governatore iniziarono ad essere stringenti e chi si allontanava da Milano era sottoposto a pene molto severe.
E come in ogni situazione di tal genere, si instaura la psicosi.
Così iniziarono ad essere segnalati “untori” dappertutto, quelli che chiamiamo oggi super-diffusori.
E senza armi, contro un nemico invisibile e cupo, molti milanesi sentirono il bisogno di affidarsi al divino. Così fu organizzata una grande processione in onore di San Carlo, che aumentò i contagi.
Con l’avvento dell’estate del 1630 si raggiunse un primo picco di circa 500 morti giornalieri, per arrivare al numero di 2.000. Un’ecatombe.
La gente cascava per le strade, a volte esalando l’ultimo respiro.
E la sera venivano raccolti i cadaveri per poi essere posti nelle fosse comuni.
Opera affidata ai “monatti”.
La fine dell’incubo della peste di Milano, che vide molti eroi scendere tra i malati, aiutarli e continuare la vita illesi, trovò un primo momento di rallentamento nell’inverno del 1630.
E la parola fine venne posta agli inizi dell’anno successivo.
Tornando ad Alessandro Tadino e alla sua opera scritta, i morti a Milano e nell’area del circondario, furono circa 165.000. Ma non vi è una stima riferibile a tutta la Lombardia.
L’economia della città venne distrutta.
Le esportazioni di materiale tessile, importante introito, quasi si azzerarono. Riprendersi presuppose molti decenni.
Ma va considerato che le popolazioni dell’epoca convivevano con malaria, tifo, vaiolo, Quindi avevano una dimestichezza con la catastrofe naturale. Grande era quindi la capacità di rialzarsi e ricostruire.
A Settalla e Tadino, dobbiamo una valutazione scientifica di quanto accaduto a Milano, dalla metà del ‘500 agli inizi del ‘600, di quel flagello che si chiama peste.
Perché oltre ad essere sulle barricate, in prima linea, furono autori di meticolosi trattati al riguardo.
E da questi eventi cogliamo alcune stucchevoli analogie con il nostro tempo, nonostante i 390 anni che ci separano.








