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Il caso UniCredit banco di prova del rapporto Draghi | L’analisi di Stefano Lepri

“Il banco di prova del rapporto Draghi è questo. Se una fusione tra Commerzbank e Unicredit sarà davvero impedita, potremo dire addio al sogno che l’Europa diventi più coesa, e rafforzandosi possa meglio competere nel mondo con Stati Uniti e Cina”.

Così Stefano Lepri sulla Stampa sottolineando che “non è soltanto questione di banche; e il sistema bancario europeo si potrebbe irrobustire, in teoria, anche con differenti aggregazioni.

Ma per l’appunto se una operazione così, gradita tanto alle istituzioni europee quanto alle Borse, e inoltre favorita dagli analisti finanziari, può essere bloccata solo per difendere orticelli e recinti di potere nazionali, allora che senso ha sostenere che si vuole unire l’Europa?

Per noi italiani, la vicenda ricorda stranamente le resistenze alle fusioni che hanno reso più forti le nostre aziende di credito negli anni ’90 e Duemila.

E perché mai un consiglio di amministrazione dove alcuni dei componenti parlano italiano dovrebbe negare i crediti al ‘Mittelstand’ (le validissime medie imprese della Germania, più robuste e meglio attrezzate delle nostre)?

Piuttosto – scrive l’editorialista – sono stati finora i troppi intrecci di potere, anche con la politica, a tenere costantemente bassa la redditività delle banche tedesche.

Il potere conta più delle idee, se il cristiano-democratico Friedrich Merz, probabile cancelliere nella prossima legislatura, nonostante le sue continue professioni di liberismo affermi ora di temere ‘un disastro per il sistema bancario tedesco’ da una operazione che sarebbe realizzata per vie di mercato e, come si è visto, ai mercati sembra piacere.

Gli ostacoli all’Europa individuati da Draghi e da Enrico Letta nei loro rapporti stanno appunto lì, in posizioni di potere (politico o industriale) difese a dispetto di ogni logica economica e dell’interesse dei cittadini.

Come italiani abbiamo però il dovere di porci una domanda in più.

Come mai le operazioni oltre confine delle nostre imprese sono così vulnerabili?

Come mai, insomma, quando gli italiani entrano in campo è così facile – anche nel caso di un’azienda solida come Unicredit – sollevare sospetti di insufficiente competenza, arretratezza tecnologica, cedevolezza a influenze esterne, se non addirittura di bilanci occultamente fragili?

Chi vuol essere ‘patriota’ – conclude – dovrebbe innanzitutto chiedersi questo”.

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