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Il caos dei taxi si risolve liberalizzando il trasporto pubblico | L’intervento di Marco Percoco, Università Bocconi

Ormai da anni, ciclicamente, riemerge, come un fiume carsico, la questione del mercato dei taxi, la cui liberalizzazione viene sovente proposta come panacea industriale, salvo poi essere accantonata fino alla prossima volta, quando si vedranno ancora orde di turisti affranti e accaldati durante la stagione estiva, lasciati improvvidamente ad attendere il loro turno in code variamente disordinate.

È bene, però, affrontare il problema in maniera laica, senza fardelli ideologici, e in modo pragmatico.

E bisogna anche confessarsi come la categoria dei tassisti non faccia molto per essere accettata dal grande pubblico, tanto che credo a tutti sia capitata almeno un’esperienza sgradevole nella vita.

Ricordo la mia, quando a Napoli, dalla stazione all’aeroporto, il tassista fece scendere dall’auto me e mia moglie in attesa della nostra primogenita, scaraventandoci i bagagli per strada, perché riteneva che la tariffa fissa che avevamo chiesto come da regolamento non fosse per lui conveniente.

Ciononostante, pur salutando con favore l’aumento delle licenze a Milano, è difficile sostenere che questo provvedimento vada davvero nella giusta direzione, o che riesca almeno a scalfire il problema.

Per comprendere le ragioni di un tale giudizio netto e disilluso, è necessario considerare le ragioni per cui esiste il mercato dei taxi o, ancor meglio, perché decine o centinaia di persone preferiscano attendere ore in coda di fronte alla Stazione Termini, anziché usare la metropolitana o l’autobus.

La risposta è invero scontata ed è rinvenibile nella scarsa qualità, effettiva o percepita, del servizio di trasporto pubblico, un settore che dovrebbe essere liberalizzato in linea di principio, ma che in realtà vede proroghe e affidamenti in house a favore delle aziende della galassia pubblica, così da limitare pure eventuali espansioni dell’offerta.

L’estensione del contratto di servizio a favore di Atac per il 2024-2027 previsto dal Comune di Roma, contro cui si è espressa l’Antitrust, è solo l’ultimo caso di un problema atavico che l’Italia fatica a risolvere.

L’Autorità, in particolare, ha scritto che “le valutazioni e le motivazioni fornite dall’ente a supporto della scelta dell’affidamento in house del servizio risultano infatti carenti, non documentate e contraddittorie, anche tenuto conto dei risultati delle precedenti gestioni del servizio da parte del medesimo operatore” e ha proposto un’interessante suddivisione in lotti del mercato romano, in modo da aprirlo gradualmente alla concorrenza ed ottenere una migliore qualità del servizio, a favore del consumatore.

La scarsa pressione competitiva limita invece efficienza e investimenti, così che una parte della domanda, magari quella più esigente, resta insoddisfatta.

A questa situazione di grande precarietà si aggiungono i continui scioperi che affliggono il settore del trasporto locale, gli unici compiuti da lavoratori contro altri lavoratori, e una grande calca sui mezzi pubblici urbani ed extraurbani, almeno nelle città di medie e grandi dimensioni.

In questo quadro desolante, mi sembra che l’aumento delle licenze dei taxi, con un conseguente abbassamento del loro valore medio, sia un atto meramente simbolico e forse punitivo.

Naturalmente, è un settore che va radicalmente ripensato, aumentando pure le licenze e stabilendo stringenti standard qualitativi, ma gli attuali operatori che hanno acquistato una licenza, arrivando a pagarla 200 mila euro, devono essere compensati per eventuali variazioni di valore di tale asset.

Inoltre, è un intervento con un’efficacia molto limitata se non inserito in un quadro più vasto di liberalizzazione dei servizi di trasporto.

Per fare questo, non è necessaria l’ennesima riforma, ma l’applicazione di una riforma già in essere, avviando le tanto agognate gare per la gestione dei servizi urbani, in modo da migliorare qualitativamente e quantitativamente l’offerta.

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