Un lavoratore assunto in Germania guadagna, a parità di potere d’acquisto, oltre 8 mila euro l’anno in più di uno impiegato in Italia, nel 2021.
E le retribuzioni italiane sono anche inferiori del 12% a quelle medie europee.
Vuol dire circa 3.700 euro all’anno in meno.
Il rapporto annuale dell’Istat mostra un divario che si è allargato, nell’ultimo decennio tra le buste paga nazionali e quelle estere.
Tra il 2013 e il 2022, la crescita totale delle retribuzioni lorde annue per dipendente in Italia è stata dimezzata rispetto alla media europea, pari al 12%.
E nello stesso arco di tempo, il potere di acquisto dei salari nazionali si è ristretto e ha perso il 2% mentre negli altri Paesi cresceva del 2,5% e in Germania addirittura del 5,6%.
Un’ulteriore contrazione è in corso quest’anno.
Nei primi cinque mesi del 2023, infatti la crescita media dei prezzi, seppure in rallentamento, è superiore al 9%, mentre l’incremento medio delle retribuzioni contrattuali rimane contenuto al 2,2%, negli ultimi dati disponibili, fino ad aprile.
Anche per il prossimo futuro, la previsione dell’Istat è che l’inflazione condizionerà ancora i salari reali.
Complessivamente il rapporto indica segnali positivi sul mercato del lavoro che ha pienamente compensato il crollo occupazionale del 2020 e continuerà a crescere nel 2023, dell’1,2%, e nel 2024, dell’1%, in termini di unità di lavoro.
I livelli di occupazione rimangono tuttavia inferiori alla media europea, in particolare per i giovani e le donne, che pure contano quasi un milione di occupate in più tra il 2004 e il 2022.
Il divario, rispetto ai grandi paesi europei, riguarda soprattutto l’occupazione qualificata che in Italia rappresenta il 36% del totale, rispetto al 47% circa della Germania e al 49% della Francia.
Un’altra caratteristica dell’Italia è che, tra inverno demografico e riforme pensionistiche, i lavoratori hanno l’età media più alta d’Europa.
Del resto, tra il 2004 e il 2022, il tasso di occupazione si è ridotto di 8,6 punti nella fascia di età tra 15 e 34 anni, fino al 43,7%, mentre è aumentato per gli over 50 di 19,2 punti, fino al 61,5%.
Le difficoltà sul lavoro delle nuove generazioni si riflettono sulla piaga dei cosiddetti Neet.
I ragazzi che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in attività di formazione sono 1,7 milioni, poco meno del 20%.
La loro quota cala nel 2022 ed è vicina al minimo del 2007, ma resta sopra la media Ue di oltre 7 punti e inferiore solo a quella della Romania.
La condizione dei Neet è più frequente tra le ragazze, gli abitanti del Sud Italia e gli stranieri e si associa a un tasso di disoccupazione giovanile elevato e a una quota di giovani in cerca di lavoro da almeno 12 mesi tripla rispetto alla media europea.
Tra questi ragazzi solo il 3,3% dichiara di non avere interesse o bisogno di lavorare.
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