“Forse sta soprattutto qui, nella mancanza di controllo popolare e nei meccanismi di massa per reagirvi, la chiave del cortocircuito che ha mandato in tilt le democrazie liberali da poco meno d’un ventennio”. Lo scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera ricordando “la grande crisi innescata dalla bolla dei mutui subprime e dal crac Lehman Brothers tra il 2007 e il 2008, velocemente tracimata dall’America all’Europa e dalla finanza all’economia, è apparso chiaro che il capitalismo globalizzato non avrebbe distribuito latte e miele scendendo via via i gradini della scala sociale; e che la perdita di controllo insita nel globalismo non sarebbe stata neppure compensata dal benessere diffuso, anzi.
Questi anni, quindi, hanno reso le componenti più fragili delle società occidentali (un tempo working class e adesso working poors) assai sensibili alla predicazione di coloro che promettevano di dare voce al dolore, poiché non v’è dolore più doloroso d’un dolore muto: ma il grido populista non poteva e non può che tradurre la sofferenza sociale in un proclama di battaglia. Il populismo, diceva Paul Taggart, riempie un cuore vuoto: ma lo riempie di fiele.
È – sottolinea l’editorialista – il male oscuro dell’Occidente a fronte del quale strati sempre più significativi di cittadini europei e americani iniziano a ritenere negoziabili i canoni fondamentali della democrazia liberale (primo fra tutti la separazione dei poteri) e accettabile la perdita della democrazia stessa (o, almeno, di un po’ di essa) a patto di riavere un po’ di voce in capitolo: se non più attraverso i propri rappresentanti attraverso un uomo o una donna dalla voce forte che tutti li rappresenti.
Si tratta della pericolosa illusione di chi, ormai troppo lontano dai decenni bui della prima metà del Novecento, finisce per dare come scontato e un po’ noioso il bene della libertà. E si tratta, anche, di un formidabile autoinganno economico. Per restare a Trump: The Donald scese nel 2015 dalla sua Trump Tower annunciando la propria candidatura con due argomenti chiari, dazi più alti e stop ai migranti; temi così forti da costringere anni dopo i democratici a rincorrerlo. Ma i dazi li pagano alla fine i cittadini americani con l’inflazione e lo stop all’immigrazione manda fuori sesto intere catene produttive nelle imprese statunitensi. Sofferenza autoinflitta, dunque: ma con l’incomparabile consolazione di contare qualcosa”.








