Giuliano Ferrara sul Foglio spiega perché, a suo dire, la candidatura di Draghi al Quirinale presenta notevoli rischi: “Il riformista purissimo si affida al “Deus ex machina”. E il destino del riformista adamantino potrebbe essere quello della disperazione, perché l’Italia è una grande nazione d’avanguardia che si porta appresso dalla sua stessa costituzione e attraverso tutta la sua storia il peso, la soavità, la dolcezza di vivere, l’irresponsabilità e l’informalità di una poderosa, inscalfibile retroguardia.
Quanto all’elezione di Draghi al Quirinale – sottolinea Ferrara – più specificamente, mi è venuto in mente un esame di controllo semplice semplice che in matematica si chiama prova del nove. Bisogna per un momento concentrarsi e evitare di pensare positivo. Smettiamola un istante di immaginare un profilo, uomo o donna, destra o centrosinistra, di presidenziabile.
Il pensiero positivo dice che si può lasciare Draghi dov’è e eleggere, a parte la stupenda fantasmagoria democratica del malizioso e fervente Cav., candidato unico all’impossibile o al miracoloso, figure ottime al posto di Mattarella: un Casini, un Gentiloni, una Cartabia, una Moratti e così via. Ma fate l’esame di controllo e pensate negativo. Se una di queste e altre personalità non venisse eletta, che cosa succederebbe? Niente. Assolutamente niente. Sono tutte soluzioni fungibili quanto rispettabili, intercambiabili, prive di radice vera e di originalità.
Diverso è il caso del molto candidabile Draghi. Se non venisse eletto come garante settennale di un processo che deve tornare a essere politico e di sistema, per esercitare gli ampi poteri del Quirinale, contando senza interferire; se la chiamata non ci fosse, il suo anno di governo, che si chiuderebbe con ogni evidenza lì, con l’inizio imminente della campagna elettorale, sarebbe da considerare poco più di un governo balneare, una soluzione-ponte, un cantare senza toccare palla, ideata per suffragare la mancata formazione di una maggioranza politica nel Parlamento.
Non sarebbe nemmeno una tragedia, tantomeno per Draghi che non ha bisogno di incrementare il curriculum, sarebbe bensì – conclude l’ex direttore – una tragicommedia in cui si invischierebbe agli occhi degli italiani e degli europei e un po’ di tutti un ceto politico, come si diceva una volta, capace di tutto e buono a nulla”.
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