Riportiamo il testo integrale dell’audizione, nell’ambito dell’esame del disegno di legge “Delega al Governo per la riforma fiscale” (AC 1038), di Giacomo Ricotti, Capo del Servizio Assistenza e consulenza fiscale della Banca d’Italia, tenuta oggi davanti alla VI Commissione Permanente (Finanze) della Camera dei Deputati.
Considerazioni di sintesi sul progetto di riforma
La delega contempla una nutrita serie di interventi su numerosi aspetti del sistema tributario, prefigurandone una profonda riforma. Molte delle misure appaiono estremamente puntuali, essendo volte anche a risolvere incoerenze sistematiche, modernizzare istituti ormai obsoleti e renderne altri conformi a consolidati orientamenti giurisprudenziali o a principi condivisi in ambito internazionale. Più in generale, il contributo del disegno di legge alla certezza del diritto e alla semplificazione del sistema tributario è da valutare nel complesso in termini positivi. In particolare, è da apprezzare la scelta di agire anche “alla fonte”, con le proposte di consolidamento delle norme tributarie in testi unici e di successiva codificazione.
Come appena detto, sarebbe anzi semmai opportuno rafforzare ulteriormente tale orientamento alla codificazione per rimediare alla stratificazione legislativa e, in una più ampia prospettiva, studiare soluzioni innovative per regolare la produzione normativa stessa. Con riferimento all’obiettivo del contrasto all’evasione, il disegno di legge sembra basarsi su due pilastri: lo spostamento dell’interlocuzione con il fisco in un momento antecedente alla dichiarazione, attraverso il potenziamento della cooperative compliance e l’introduzione del concordato preventivo; un più intenso sfruttamento delle banche dati a disposizione dell’amministrazione finanziaria, con un diffuso ricorso alle più avanzate tecnologie informatiche.
Rispetto a queste direttrici, a oggi non è possibile dire se la scelta di coinvolgere ex ante i contribuenti porterà a un rafforzamento o a un indebolimento della compliance. In un contesto segnato da una diffusa ed elevata evasione, in particolare tra i contribuenti che saranno interessati dal concordato preventivo, vanno comunque mantenute, se non irrobustite, le forme di controllo successive alla dichiarazione, anche per non vanificare i successi finora ottenuti su questo fronte. Restano aspetti non del tutto chiariti in tema di tassazione personale. Il modello prefigurato dalla delega come punto di arrivo – un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale – potrebbe risultare poco realistico per un paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica; comunque ne andranno attentamente valutati gli effetti redistributivi.
La sfida sarà tradurre in pratica i principi cui si ispira la delega tenendo insieme i vincoli di bilancio pubblico, l’equità orizzontale e verticale. Nelle more dell’introduzione della flat tax, l’estensione dei regimi sostitutivi potrebbe ridurre l’equità del sistema. Il DDL non affronta poi il tema del coordinamento delle imposte sui redditi con le imposte patrimoniali (Imu, bollo sui prodotti finanziari, IVIE e IVAFE), nonostante il fatto che la loro coesistenza possa determinare un carico tributario complessivo prossimo, se non superiore, a quello che si avrebbe con l’aliquota marginale massima dell’Irpef.
Quanto alla tassazione delle imprese, la delega nel suo insieme appare ispirata a favorire le imprese di dimensioni più contenute. Esse costituiscono senz’altro un tassello importante e dinamico del nostro sistema produttivo; rimane però straordinariamente elevato il numero di microimprese (quelle con meno di 10 addetti), che mostrano livelli di produttività modesti anche rispetto alle aziende di dimensioni analoghe di altri paesi, mentre è ridotta la presenza di imprese medio-grandi, che hanno un’efficienza comparabile a quella delle aziende delle maggiori economie a noi vicine.
Va evitata dunque l’introduzione di disincentivi alla crescita dimensionale, adoperandosi invece per l’eliminazione di quelli esistenti. Inoltre, le previsioni del DDL nel complesso fanno temere un aumento del costo del capitale, un peggioramento del debt bias e la creazione di una discriminazione tra autofinanziamento e aumenti di capitale, effetti che l’ACE oggi vigente, invece, non produce. Nel passaggio a un sistema Ires a doppia aliquota si dovrà tenere conto, oltre che degli effetti sulle decisioni di finanziamento delle imprese, anche di quelli sulla certezza e semplicità applicativa delle norme.
Da ultimo, ma non meno importante, si richiama la necessità che la delega trovi le opportune coperture. Molti degli interventi prefigurati comporteranno perdite di gettito. Al momento coperture sono previste solo per il superamento dell’IRAP attraverso la nuova sovraimposta all’Ires; come accennato, non è chiaro né quali incentivi fiscali saranno oggetto della razionalizzazione, né quindi l’entità delle risorse che potranno essere recuperate. Non dovranno quindi essere modificati i presidi che il DDL prevede per la copertura finanziaria dei maggiori oneri. Va in conclusione ricordato come, stanti i vincoli di finanza pubblica, l’obiettivo principale dovrebbe essere quello di pervenire a una diversa ripartizione del prelievo complessivo. Sotto il profilo dell’equità ciò significherebbe ridurre il prelievo sui contribuenti in regola recuperando risorse con il contrasto all’evasione.
Dal confronto con i principali paesi dell’UE emerge come in Italia le aliquote implicite di tassazione su lavoro e capitale siano tra le più elevate e sempre superiori a quelle medie registrate nell’area dell’euro; nell’ottica dello stimolo alla crescita economica, andrebbe dunque spostato l’onere tributario dai fattori produttivi (lavoro e capitale) alle rendite e ai consumi.
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