Sul Corriere della Sera Federico Fubini evidenzia come l’Italia abbia un’occasione d’oro per rilanciarsi. Il debito pubblico è infatti più basso di come temesse lo stesso governo sei mesi fa, in proporzione al prodotto lordo (Pil), ma è ai livelli fra i più elevati della storia repubblicana e a uno dei più alti mai visti nell’Italia unita.
Eppure sta succedendo qualcosa di incredibile (e positivo). Il costo in interessi di questo immenso debito, rispetto alle dimensioni dell’economia, sta tornando ad essere il più basso che un governo italiano abbia mai sopportato dal 1974, e per un po’ di tempo possiamo viaggiare leggeri come se non avessimo più sulle spalle il fardello di mezzo secolo di baby pensioni, corruzione, evasione, regalie e spesa clientelare.
Stiamo vivendo un’occasione d’oro. Irripetibile. Ma la stiamo cogliendo questa occasione? O rischiamo di sprecarla ad occhi chiusi? La domanda va rivolta in questo caso non tanto al governo, che ha messo sul tavolo la sua agenda dall’inizio, ma al Paese nel suo complesso. Un’ampia parte del Paese invece sembra anestetizzata dai dati di crescita di questi mesi, come dimostrano le minoranze di categorie nei porti o alla guida dei Tir che minacciano di bloccare milioni di altri lavoratori solo perché il governo cerca di mettere al sicuro la collettività (e la ripresa economica) tramite il green pass.
Anestetizzata una parte del Paese lo sembra anche quando ogni piccola riforma del governo che è nei piani del Recovery, che sappiamo necessaria, incontra nei partiti e nei singoli gruppi d’interesse un attrito estenuante. Come se il proprio particolare fosse la sola cosa che esiste e che conta, per ciascuno. Se lo è, perché abbiamo chiamato le migliori figure istituzionali di cui l’Italia dispone per tirarci dalle secche? Cullarci in quel 6% di crescita del 2021 o nei dati ancor più sorprendenti in arrivo sul terzo trimestre — in estate abbiamo fatto il pieno di turisti — rischia di rivelarsi pura miopia.








