Non parliamo di iperinflazione, ma di uscita dal decennio inflattivo. Ne parla Federico Fubini, prendendo in esame quella che definisce “l’illusione italiana sui prezzi”. E aggiunge: «Imprenditori, banchieri centrali, governi e noi consumatori continuiamo a seguire bussole costruite per orientarci in mari che non navighiamo più».
«Per esempio, l’obiettivo che si dette la Banca centrale europea nel 2003— un’inflazione vicina ma sotto al 2%— fu così stringente e perseguito in maniera così puntigliosa perché quella generazione dei suoi dirigenti si era formata o aveva avuto maestri forgiati nelle tempeste dei prezzi degli anni 70. Finì così che la Bce alzò i tassi per mettere un freno all’economia mentre questa stava già colando a picco, nel 2008 e nel 2011», scrive nell’editoriale del Corriere della Sera.
«Stavamo entrando in un decennio deflattivo» osserva l’editorialista «nel quale i prezzi tendevano a scendere, eppure la mentalità dei decisori mise anni ad accettare la nuova situazione. Il problema è che è sempre facile capire ex post che eravamo fuori tempo. Le famiglie italiane continuano a comportarsi come se pensassero di no, convinte di essere sempre nel mondo di ieri, deflattivo, lento, povero di iniziative».
«Così ogni mese i risparmiatori continuano a depositare sempre più denaro liquido sui loro conti: a settembre 1.143 miliardi, tredici più che a giugno. Uno fa qualcosa del genere solo se in cuor suo pensa che il denaro non si deprezzi mai, ma questa è un’illusione. L’inflazione registrata in Italia a ottobre comporterebbe una tassa di 34 miliardi all’anno che le famiglie italiane si autoinfliggono — sotto forma di perdita di potere d’acquisto — solo perché tengono il loro denaro liquido e fermo. I prezzi dell’energia — il sangue dell’economia mondiale — sono destinati a tenere sotto pressione tutti, anche noi italiani».
«Insomma, dei segni di un cambio di regime qua e là si notano. Non è un ritorno all’iperinflazione degli anni ’70, solo l’uscita dal decennio deflattivo. E non è qualcosa per cui la Bce debba agitarsi anzitempo: i prezzi salgono per carenza di offerta di nuovi beni e servizi; dunque, alzare i tassi non farebbe che limitare gli investimenti necessari a generare quell’offerta, finendo per creare ancora più strozzature e nuova inflazione più avanti».
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