«Cosa può aver convinto un uomo abituato alla razionalità calda di Franco Modigliani e di Robert Solow a confrontarsi con un ambiente – politico e mediatico – che a molti di noi sembra, spesso, aver perso qualsiasi senso?». È questa la domanda che Francesco Grillo si pone su Il Messaggero.
«La mia sensazione è che potrebbe essere stata l’idea di aver prodotto – utilizzando l’unica medicina possibile – un pericoloso effetto collaterale. Un effetto che gli economisti monetari chiamano azzardo morale. L’azzardo morale è l’effetto indesiderato di una politica che si ponga l’obiettivo di salvare un sistema iniettandovi moneta: abbassando i costi del debito si rischia di ridurre, infatti, anche il costo delle mancate riforme di cui quel debitore ha bisogno. Ed è forse questa preoccupazione il motivo che deve aver spinto Mario Draghi ad accettare una sfida così difficile. Molto più difficile di quella che raccolse con poche, taglienti parole otto anni fa».
Una sfida che nasconde molteplici aspetti. «La sfida per Draghi è politica, morale, ma, anche, intellettuale: c’è qualcosa che deve essere cambiato, se l’economia reale continua a non rispondere agli stimoli della politica monetaria, come dovrebbe secondo la teoria. Draghi ha salvato l’unità dell’area Euro e l’Italia e però gli effetti che il Bazooka ha avuto sull’economia reale non sono stati quelli che, probabilmente, lo stesso Draghi si aspettava. C’è qualcosa nella relazione tra masse monetarie, inflazione, tassi di interesse, produzione che è cambiato e cinque sembrano le priorità per far ripartire una macchina inceppata».
A partire dal Recovery Plan. «La prima è, ovviamente, riscrivere il “Recovery Plan”. Seguendo, del resto, le linee guida della Commissione. Le riforme, poi, ed è, forse, il terreno più lontano da quello praticato per anni dai banchieri e che non possono essere ridotte ad un qualche buon “manuale” perché devono tener conto di una trasformazione tecnologica che sta cambiando tutto. Tra le riforme, poi, ed è forse il quarto punto che Draghi non potrà non vedere sulla strada stretta che va percorsa, ci sono anche più complesse revisioni istituzionali. Governare un’economia ed un Paese reale presenta un livello di complessità assai elevato e pone, infine, il problema di costruire una classe dirigente (non bastano certo venti ministri anche se sono un buon inizio) capace di concepire ed immaginare un progetto che non può vivere senza arrivare nelle cento città d’Italia, prescindendo da periodi lunghi e senza fare “politica” che è costruzione di patti sociali che si sono logorati».








