Sul Messaggero Francesco Grillo ricorda che una delle più avanzate tecnologie che l’Impero Romano lasciò a quello che non era ancora l’Occidente, fu la sua straordinaria capacità di trattare l’acqua con acquedotti, terme, cloache che risolsero alcuni dei più gravi problemi di un mondo nato dal mare e dai fiumi; dopo duemila anni, quest’estate, i romani rischiano di essere tra i primi a sperimentare il razionamento di una risorsa che avevamo immaginato infinita.
La siccità che sta prosciugando laghi come quelli di Bracciano è accelerata da tre potenti forze. Innanzitutto, l’acqua finisce per effetto della forbice che progressivamente porta in disequilibrio società caratterizzate da crescite di popolazione e consumi a fronte di risorse limitate.
In secondo luogo, una riduzione di investimenti pubblici che risulta particolarmente miope se consideriamo che la manutenzione della rete costa meno delle riparazioni che l’assenza di cura rende più frequenti.
Infine, quello dell’acqua è un settore produttivo nel quale il mercato funziona poco e male. Una strategia comporta rovesciare i tre problemi in opportunità.
Il Piano Nazionale che il governo italiano dedica a migliorare la resilienza alle crisi della società italiana, prevede di spendere 4,4 miliardi di euro (il 2% del totale) per rinnovare la rete idrica.
Sarebbe molto utile dimostrare che un euro speso in più in manutenzione, genera molto di più in risparmi futuri.
In secondo luogo, la produzione e la distribuzione andrebbero affidate a soggetti privati che devono assicurare determinati standard.
Infine, vanno organizzate e realizzate per città strategie che puntino alla neutralità climatica: è questa un’iniziativa della commissione europea che appare, tuttavia, ancora fatta di molte parole e pochi progetti concreti.
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