«La questione del lavoro andrà gestita con particolare attenzione. Innanzitutto, si dovranno valutare gli effetti del “giro di vite” appena varato, nonché l’effettiva attuazione dell’obbligo educativo». A parlare della riforma organica delle politiche contro la povertà annunciata al governo Meloni contestualmente alle modifiche introdotte con la manovra al Reddito di cittadinanza è Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera.
«Non sarà un’operazione da poco. Su 364 mila beneficiari tra i 18 e i 29 anni, 11 mila possiedono unicamente la licenza elementare e altri 129 mila solo la licenza media: cifre impressionanti, visto che parliamo di giovani. Un altro fronte delicato riguarda le capacità dei centri per l’impiego. Grazie ai fondi Pnrr c’è stato un potenziamento delle strutture e un aumento dei disoccupati presi in carico ma metà delle nuove assunzioni previste non si sono ancora perfezionate: manca personale qualificato. Teniamo presente che, anche quando teoricamente occupabili, i beneficiari del Rdc hanno grandi difficoltà di inserimento».
«Senza adeguata assistenza da parte dei servizi pubblici, come pretendere che in 7 mesi queste persone trovino un’occupazione? E qui arriviamo al punto più dolente. Soprattutto al Sud, mancano i posti di lavoro. È vero che c’è una quota di imprese che non riesce a trovare personale. Ma i dati di Eurostat ci dicono che il problema è la quantità di «occupazioni elementari» offerte dal mercato italiano, molto più bassa che negli altri Paesi sudeuropei. Data questa carenza, come si fa ad assorbire il nostro elevato surplus di disoccupati con basse qualifiche? L’unica soluzione rapida, anche se parziale» conclude Ferrera, «sarebbe quella di creare il massimo raccordo fra i progetti del Pnrr e i servizi per l’impiego. Un uovo di Colombo, verrebbe da dire, che richiede tuttavia molta prontezza e capacità d’azione. Merce rara, purtroppo, nella nostra pubblica amministrazione».
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