“L’aumento del prezzo del grano e di altre derrate è un problema serio, in particolare per i Paesi poveri e per i poveri dei Paesi ricchi.
Gli allarmi si sono diffusi negli ultimi giorni, ma il problema era lì da molto prima della guerra nel ‘granaio d’Europa’, l’Ucraina.
La pandemia prima e la ripresa impetuosa poi avevano ostacolato l’offerta e attizzato la domanda. Se guardiamo all’aumento del prezzo del grano – ‘effetto Ucraina’ – dall’inizio dell’anno ad oggi (6 giugno) questo è stato dell’36%”.
Lo spiega l’economista Fabrizio Galimberti.
Ma se partiamo dal dicembre 2019 – subito prima del virus – l’aumento balza al 145%. Per il riso – che non c’entra molto con l’Ucraina – i due aumenti sono stati, rispettivamente, dell’11% e del 56%.
più in generale, il ‘Food Price Index’ della Fao – disponibile fino a maggio – dà un +16% da inizio anno e un +55,8% da fine 2019.
“Insomma, c’è da stupirsi del perché solo adesso la crisi alimentare sia balzata agli onori della cronaca. Forse l’’effetto Ucraina” è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un vaso che era già quasi pieno” spiega dalle colonne del magazine digitale Inpiu.net.
L’Ucraina produce abbastanza grano per 400 milioni di abitanti, ha detto David Beasley, il direttore del World Food Program (WFP), e metà del grano di cui oggi il mondo avrebbe bisogno per riequilibrare domanda e offerta è bloccato in Ucraina.
Le quotazioni delle derrate alimentari sono salite a livelli molto vicini – e leggermente superiori – a quelli che si erano visti nel 2008 (e non solo per le derrate ma anche per altre materie prime, a cominciare dal petrolio a 140 dollari).
Allora quella fiammata dei prezzi aveva spaventato la Bce, che aveva improvvidamente alzato i tassi: una misura che si dovette presto rimangiare (e chissà che la storia non si ripeta).
“Ma adesso, che cosa si può fare, a parte sperare che il grano ucraino si sblocchi? Evidentemente, non si possono abbassare i prezzi all’origine, né si dovrebbe, quand’anche fosse possibile. Paradossalmente, i prezzi alti sono lo strumento più potente per ridurre l’inflazione, nel senso che invogliano l’offerta.
Si può e si deve agire con sussidi alle classi che più soffrono dell’aumento dei prezzi e/o con la riduzione dell’Iva sui prodotti alimentari (escluso il caviale…)” prosegue Galimberti.
“Misure, queste, che sono più facili da adottare nelle economie avanzate. Per i Paesi poveri, non ci sono che gli aiuti, tramite WFP e altri: in un periodo più lungo, non c’è che da aumentare l’offerta, che richiede però il tempo delle semine e del raccolto. Lo spazio c’è, nel mondo e anche in Italia e nei suoi due ‘granai’, la Puglia e la Sicilia”.
Come affermato dalla Coldiretti e riportato dal quotidiano “La Sicilia” – “negli ultimi vent’anni il prezzo del grano è stato talmente irrisorio che molti agricoltori hanno anche smesso di produrlo.
Rispetto al 2020 non si è seminato in centinaia di ettari e negli ultimi 15 anni sono migliaia quelli non più coltivati a cereali. Tanto che nel primo trimestre del 2021 la Sicilia ha importato cereali dall’Ucraina per oltre 1,8 milioni di euro”.
Per saperne di più:

Patrizia Micucci, fondatrice di Aurora Growth Capital, sul contributo delle banche italiane: “Da pre...

Letizia Moratti: “La democrazia tutela anche chi la combatte”

Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia, sul Silver Act e la longevità: “Non basta v...

Donato Candiano, manager di Omron, sul futuro dell’automazione: “L'IA è un aiuto, non un danno. L'Eu...

Renzi, l’anti-Meloni. Ma ha un nemico implacabile | L’analisi di Marcello Veneziani






