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Esiste un’Italia a due velocità | L’analisi di Mario Sechi

“L’Italia a due velocità esiste. Da una parte c’è una nazione che coglie l’attimo, naviga con il vento poppa, inventa, esporta, costruisce e fa sognare il mondo; dall’altra ci sono gli scioperi del venerdì, i tribunali che si sostituiscono alla politica, un sistema di ‘rentiers’ che, vivendo di rendita, frena le riforme, rifiuta l’innovazione, disprezza la competizione e il merito”.

Mario Sechi su Libero parla delle élites che remano contro il paese: “Il via libero del Tar allo sciopero nei trasporti iniziato ieri non è solo una clava politica usata contro il ministro dei Trasporti Matteo Salvini – che con la precettazione voleva far prevalere il buonsenso – fanno parte della liturgia dello status quo.

Non a caso sono difesi dai cantori del declinismo dell’Italia, dalla magistratura irriformabile, dalla sinistra e dai mandarini dell’alta burocrazia, dal piccolo establishment finanziario e dal salottino editoriale.

Sono rappresentanti di una élite immobile che ha perso il contatto con il popolo, lo detesta, lo considera immaturo e ignorante, dunque nocivo per la democrazia, che considerano buona solo quando sono loro a vincere le elezioni.

Il confronto destra-sinistra oggi – scrive Sechi – è quello tra innovatori e passatisti.

Giuseppe Prezzolini avrebbe detto che i primi sono i fessi e i secondi i furbi, ma i fatti dicono che alla fine sono le forze positive a imporsi.

L’Italia ha risposto bene a una crisi che ha cambiato lo scenario mondiale, un segnale di vitalità che ha sorpreso molti e oggi ha trovato una leadership (quella di Giorgia Meloni) e una formula di governo (quella del centrodestra) che vince e ha credito nelle istituzioni internazionali.

Gli agenti dell’immobilismo sono stati sconfitti nelle elezioni del 2022, le loro idee nella società reale sono marginali, sono energie negative che possono cogliere un momentaneo consenso (pensate all’ascesa e caduta del Movimento Cinque Stelle), ma non hanno qualità per la lunga durata, quella che segna i cicli politici. Fanno danni, ma non scrivono la storia”.

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