Sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia avverte che se l’Occidente in conseguenza della guerra in Ucraina si è ricompattato e oggi si presenta unito, non bisogna comunque farsi illusioni perché oltre che unito è anche solo. Soprattutto culturalmente e ideologicamente.
Quando Putin proclama che «è finita l’era del dominio americano, l’epoca del mondo unipolare è terminata» e aggiunge che non hanno più corso «gli stereotipi imposti da un solo centro decisionale», sia pure a suo modo coglie precisamente questo punto essenziale.
Il mondo nuovo che sta affermandosi nelle contrade del pianeta lontane e diverse dalle nostre, i suoi valori, i suoi regimi politici, i suoi modi d’essere, si discostano sempre di più da quelli dell’Occidente.
Se è vero come è vero che la Modernità nella sua versione tecnologica costituisce sempre più la matrice autentica e pressoché unica della cultura dei tempi nuovi, ebbene allora la presenza dominatrice e potenzialmente egemone della Cina in veste di portabandiera di una tale Modernità, segna davvero un decisivo passaggio d’epoca.
Al di fuori dell’Occidente, infatti, è tale Modernità made in China quella che appare dettare il codice del futuro.
Ma l’Occidente non è solamente gli Stati Uniti, come crede la maggior parte del mondo. Tale appiattimento su Washington oggi rappresenta il massimo elemento di debolezza politica dell’Occidente stesso.
È dunque assolutamente necessario che tale immagine sia modificata: il che può accadere però solo se in primissima fila vi è anche l’Europa.
È dunque indispensabile che venga spezzata la gabbia d’acciaio dei Trattati fondativi dell’Unione, i quali impongono l’unanimità per qualunque decisione di rilievo, pertanto anche per quella di muovere nella direzione ora detta.
È un momento cruciale. Perché allora l’Italia non prende lei un’iniziativa decisa in tal senso, non muove lei un primo passo?
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