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Ecco quando gli oppressi divengono oppressori | L’analisi di Antonio Scurati

Antonio Scurati su Repubblica analizza quella che definisce “avanguardia settaria” citando l’episodio in cui numerosi gruppi di studenti di Harvard hanno addossato ad Israele la responsabilità dei massacri perpetrati da Hamas: “Talvolta – scrive l’editorialista – gli oppressi divengono oppressori.

Non mi riferisco qui ai figli delle vittime della Shoah che opprimono il popolo palestinese.

Mi riferisco, invece, ai figli del privilegio americano che odiano attivamente i cittadini di Israele.

Secondo questi studenti la responsabilità sarebbe dei massacrati e non dei massacratori.

Si tratta dello stesso argomento usato da Adolf Hitler al principio del 1942 per giustificare l’imminente sterminio degli ebrei d’Europa da lui deciso.

Ebbene, di fronte a quest’aberrazione, per due giorni il vertice dell’ateneo tace.

Poi, soltanto il terzo giorno, dopo proteste di insigni ex studenti e minacce da parte di ricchi donatori di interrompere i finanziamenti, la presidente di Harvard, Claudine Gay, prende timidamente le distanze tenendo, però, una posizione cautamente neutrale.

Com’è possibile?

È possibile – sottolinea Scurati – perché da anni negli Stati Uniti e altrove gli attivisti di movimenti per la liberazione degli oppressi usano aggressivamente tecniche di boicottaggio e di stigmatizzazione.

Sulle loro piattaforme social attaccano violentemente chiunque dissenta dalle loro posizioni gettando su di lui un marchio d’infamia in modo da declassarlo a un livello inferiore.

Insomma, lo strumento dello stigma, usato per millenni dalle società tradizionali per identificare, degradare ed emarginare i soggetti cosiddetti “devianti”, viene ora sistematicamente usato dai paladini dei discriminati per discriminare a loro volta.

È un fenomeno molto più vasto dell’attivismo anti-israeliano.

L’antisemitismo mascherato da antisionismo — cartina di tornasole di ogni falsa coscienza occidentale — di parte della élite studentesca statunitense rivela la natura aggressiva, illiberale e oscurantista della sinistra radicale movimentista americana.

Fanno, insomma, il deserto e la chiamano cultura.

C’è un’aria di famiglia – conclude – in questi paladini degli oppressi pronti a trasformarsi in oppressori”.

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