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Ecco perché l’Intelligenza Artificiale deve essere soggetta al copyright | Lo scenario

Fu Platone nel Fedro a fissare prima di tutti i limiti all’invenzione tecnologica e al suo rapporto col sapere: essa crea persone che pensano di conoscere ma non conoscono.

Ieri era la scrittura ad avere per il filosofo greco questo ruolo, oggi è l’intelligenza artificiale a dover essere assimilata alle opere dell’intelletto e come tale rientrare tra quelle che rispettano il diritto d’autore e di riproduzione.

A rafforzare questa considerazione, oltre alla recente causa del New York Times nei confronti di ChatGpt accusata di non pagare il copyright e ai crescenti investimenti delle big tech che investono nella AI, arriva un recente studio proprio su come la nuova tecnologia si rapporta, utilizza e sceglie le notizie da riprodurre sotto forma di informazione.

“Uso pervasivo e non autorizzato dei contenuti degli editori da parte degli sviluppatori di intelligenza artificiale generativa”.

appunto questa la conclusione di una ricerca commissionata dalla News Media Alliance, la Fieg americana, che riunisce 2.200 editori, da Hearst a Condè Nast, dalla società del New York Times a quella del Washington Post.

Lo studio è un dossier di 77 pagine in cui si approfondisce ciò che sta accadendo nello sviluppo dell’AI e come possano essere evitati i danni per l’editoria.

Il documento, pubblicato da Italia Oggi, analizza anche l’impatto che questa pratica potrebbe avere “sulla sostenibilità e la disponibilità di contenuti originali di alta qualità”, oltre che le implicazioni legali di tale utilizzo.

L’analisi mostra come nei set di dati che le aziende utilizzano per costruire i large language model, che alimentano poi i prodotti di intelligenza artificiale generativa come ChatGpt e gli altri, si utilizzino ampiamente contenuti informativi di giornali e media digitali generalmente senza autorizzazione o collegamento alla fonte originaria. Non solo: alcuni dei modelli linguistici di grandi dimensioni danno un peso notevolmente superiore ai contenuti che arrivano dagli editori rispetto a quelli raccolti sul web di libero utilizzo: nell’addestramento dell’AI un articolo ha un peso da 5 a 100 volte superiore rispetto ai contenuti generici.

Cosa che mostra il valore industriale che ha in sé il lavoro di editori e giornalisti in questo processo e ne conferma perciò due aspetti fondamentali: si tratta di un’attività tipicamente d’impresa, non facilmente sostituibile con altre attività a parità di costi.

Il contenuto di emanazione editoriale è sfruttato anche nella generazione delle risposte: i chatbot, in particolare, riproducono pezzi, frasi degli articoli, “dimostrando che i modelli conservano e possono memorizzare il contenuto espressivo delle opere di addestramento”.

Una “copia pervasiva”, ribadisce il white paper, che viola i diritti degli editori.

E dunque elude il copyright, che è stato invece esteso con difficoltà a tutte le news prodotte dalle piattaforme digitali, le quali a loro volta stanno producendo studi e investimenti miliardari proprio nel settore dell’AI.

C’è poi nello studio della News Media Alliance un ulteriore elemento che chiarisce quale sia il rapporto contenuti editoriali-AI: “La copia dell’intelligenza artificiale generativa per ‘addestramento’ non serve a uno scopo diverso dalle opere originali perché i large language model tipicamente ingeriscono (cioè, copiano) preziose notizie, riviste e contenuti web dei media digitali per la loro espressione scritta, in modo da poter imitare quella stessa forma di espressione”.

Spiegato in altri termini: un giornale prodotto con l’intelligenza artificiale assolve alla medesima funzione di un giornale prodotto dagli editori.

Le risposte dei modelli di intelligenza artificiale generativa “competono anche direttamente con il contenuto protetto che è stato copiato e utilizzato per addestrarli”.

Non si aiutano semplicemente e solamente gli utenti a navigare verso le fonti originali: gli sviluppatori sostengono che gli utenti, divenuti ormai lettori, non hanno più bisogno di accedere o consultare tali fonti.

Di conseguenza tale prodotto, oltre ad avere la funzione di organo di informazione, viene percepito dagli stessi utenti e lettori come tale ma senza essere soggetto alle leggi, alle limitazioni antitrust e ai costi industriali di un prodotto giornalistico legittimo.

L’AI in questo modo non sta imparando, continua la News Media Alliance, proprio come ammoniva Platone nel Fedro: non impara dai fatti raccontati negli articoli, non assorbe i concetti, conserva nei propri materiali di addestramento copiati le espressioni dei fatti che sono contenuti nelle opere e che il copyright protegge.

Non si può, per tutto questo, invocare il fair use, l’uso corretto senza autorizzazioni dei contenuti, perché gli utilizzi dei chatbot sono commerciali.

Più o meno come accade da tempo con i big data di tutti gli utilizzatori di social e piattaforme.

Il giornale fatto con l’AI non impara né insegna, semplicemente si sostituisce al prodotto tradizionale.

Per fortuna questo lo sa anche la News Media Alliance, che ha presentato l’analisi anche all’US Copyright Office, mentre spiega che “gli sviluppatori di Gai (intelligenza artificiale generativa, ndr) e gli editori possono lavorare insieme per evitare tali risultati drammatici”, ovvero il danneggiamento del settore dell’informazione e dei media digitali, cosa che si ritorcerebbe anche contro l’AI, anche se occorre trovare la prova contraria: per lo studio la soluzione sarebbe una cooperazione che permetta all’Intelligenza Artificiale – e a chi la produce – di massimizzare il suo valore “in un modo che sia equo per gli editori e condivida equamente la ricchezza generata dal contenuto”.

“I sistemi di intelligenza artificiale generativa dovrebbero essere ritenuti responsabili proprio come qualsiasi altra attività”, sostiene perciò Danielle Coffey, presidente e ceo dell’Alliance ed è difficile darle torto.

“L’uso continuato e non autorizzato danneggerà i mercati esistenti che riconoscono il valore dei contenuti di qualità archiviati e in tempo reale, e col tempo gli stessi modelli Gai si deterioreranno.

Ottieni ciò che inserisci.

È fondamentale che le nostre protezioni sul copyright siano adeguatamente applicate e che elevati standard di qualità e responsabilità siano il fondamento di queste e di altre nuove tecnologie”.

Senza adeguati correttivi, insomma, si avrà una lenta ma inesorabile sostituzione di informazione umana con informazione artificiale, che alimenterà a sua volta un peggioramento della stessa.

Lasciamo che siano giornalisti e editori a continuare a sbagliare, imparando dai loro stessi errori.

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