“Nella crisi del Mar Rosso, mentre si susseguono le azioni militari angloamericane contro i ribelli yemeniti Houthi, alleati di Hamas ed Hezbollah, ci sono molti più interessi italiani di quanto un governo per sua vocazione sovranista, lascerebbe intendere”.
Lo scrive Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera spiegando perché le tensioni nel Mar Rosso ci riguardano: “Le vie del compromesso, della riduzione delle attività belliche, dei pericoli terroristici, passano inevitabilmente dalla conoscenza e dalla valutazione degli interessi in gioco. Trascurarli non avvicina la pace, la allontana. Il rarefarsi del traffico commerciale che passa per il canale di Suez – osserva de Bortoli – svuota e danneggia i porti mediterranei, in particolare italiani, salvo poi alla ripresa, speriamo prossima, della regolarità dei collegamenti, congestionarli.
L’incertezza e la pericolosità nel MarRosso, che si aggiungono alla modesta funzionalità di Panama, incidono fortemente sul funzionamento delle catene del valore (Tesla, Ikea e Volvo hanno già annunciato ritardi sulle consegne) e sui costi delle materie prime e dei prodotti finiti. L’Italia dimentica spesso che la propria economia è più dipendente dal mare di quanto non si pensi.
Parliamo molto di spiagge, poco di porti. L’esigenza di investire sull’adeguamento delle aree portuali è una priorità assoluta. L’investimento previsto è di 6 miliardi. Importante poi l’approvazione, avvenuta ai primi di gennaio, del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) che ora va applicato senza indugi. Questa drammatica congiuntura internazionale può essere l’occasione per discutere, con uno sguardo di più ampia programmazione, sul futuro del sistema portuale, tenendo conto che il riscaldamento climatico— aprendo la rotta artica — rivoluzionerà le linee di collegamento con impatti ciclopici sulle diverse economie.
L’Italia può svolgere un ruolo strategico, anche come partenza delle merci verso l’Africa per esempio, e dunque rafforzando l’operatività del cosiddetto piano Mattei. E forse, più in generale – conclude – qualche riflessione sul rischio che le navi — anche quelle da crociera, troppo alte — non passino sotto il futuro ponte sullo stretto di Messina, tagliando fuori porti e destinazioni turistiche, è quanto mai opportuna.
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