Le prospettive per il 2024 vedono per gli Stati Uniti una crescita che dovrebbe continuare a normalizzarsi e un’Europa che rimarrà stagnante.
Al contrario, le prospettive per il Giappone appaiono più costruttive in quanto sostenute dalle politiche economiche.
La potenziale uscita del Giappone dalla deflazione è stato uno dei temi principali che hanno caratterizzato il 2023.
Dopo quasi tre decenni di bassa crescita, nei primi dieci mesi dell’anno l’inflazione dei prezzi al consumo ha registrato un’impennata media del 3,4% annuo.
Tra le cause vi è il deprezzamento del 10% dello yen rispetto al dollaro, alimentato dall’aumento del differenziale dei tassi con gli Stati Uniti.
Probabilmente l’attività economica si stabilizzerà nel quarto trimestre, mentre le misure di sostegno dovrebbero contribuire a sostenere la domanda interna nel 2024.
Continuiamo a prevedere per il 2023 una crescita del pil dell’1,6%, sostenuta dalle ampie esportazioni nette avute nel secondo trimestre.
Nel 2024, tuttavia, la crescita del pil scenderà probabilmente allo 0,8%.
A novembre, il gabinetto giapponese ha approvato un pacchetto di misure del valore di circa 17.000 miliardi di yen (pari 112 miliardi di dollari).
La mossa, che è stata definita necessaria dal primo ministro Fumio Kishida poiché “gli aumenti salariali non tengono il passo con l’aumento dei prezzi”, ha generato uno stimolo fiscale sostanziale (circa il 2,7% del pil del 2022).
La maggior parte di questo piano comprende tagli alle imposte sul reddito a partire da giugno 2024; è stata inoltre prevista un’estensione fino ad aprile 2024 dei sussidi esistenti in modo da alleviare le pressioni associate all’aumento dei prezzi di benzina, elettricità e gas.
Tuttavia, le incertezze sul sentimento interno potrebbero portare la Banca del Giappone (BoJ) a ritardare le modifiche alla sua politica di tassi di interesse negativi.
La decisione dipende dall’offensiva salariale di primavera del prossimo anno (nota localmente come shunto).
Si prevede che l’inflazione scenderà al di sotto del 2%, obiettivo della BoJ, il che dovrebbe comportare una maggiore crescita dei salari reali nel 2024.
Indipendentemente dal fatto che la BoJ modifichi o meno la sua politica monetaria, il differenziale rispetto agli altri mercati sviluppati rimarrà eccezionalmente elevato anche se le condizioni finanziarie si attenueranno.
Dietro il miglioramento dei fondamentali aziendali giapponesi vi sono le riforme delle “tre frecce” dell’ex primo ministro Shinzo Abe del 2012.
Da una parte l’indebolimento dello yen ha favorito i profitti delle aziende che esportano all’estero, dall’altra il ritorno degli animal spirits dovrebbe sostenere il re-rating, con la borsa di Tokyo che continua a portare avanti le riforme della corporate governance (la terza “freccia”).
Poiché i bilanci aziendali sono sempre più vicini a posizioni di liquidità netta, le società giapponesi dovrebbero essere in grado di accelerare i buyback.
I titoli azionari globali (esclusi gli Stati Uniti) sono scambiati a valutazioni che sono simili a quelle viste durante la crisi finanziaria globale del 2008/9, la crisi dell’eurozona del 2011 e la pandemia globale del 2020.
Questo è in parte dovuto alle sfide economiche e geopolitiche strutturali affrontate dall’Europa e dalla Cina.
Tuttavia, mentre quest’ultime sono nelle fasi relativamente iniziali delle rispettive ristrutturazioni economiche, il Giappone sta già godendo dei benefici derivanti della ristrutturazione e delle riforme delle “tre frecce” avviate quasi un decennio fa.
Infatti, nell’ultimo decennio, il mercato azionario giapponese è passato dall’essere un mercato guidato dalla liquidità e alimentato dall’espansione delle valutazioni e dai successivi crolli, a un mercato ora guidato quasi esclusivamente dalla crescita degli utili societari.
Dal 2012 l’Msci Japan ha registrato una crescita degli utili del 10,5% annuo, solo di poco inferiore all’impressionante 11,3% annuo registrato nello stesso periodo dal Nasdaq 100, l’indice statunitense ad alto contenuto tecnologico.
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