Regolarmente, ad ogni stormir di comunicati stampa sulla misura del debito pubblico italiano, i media intitolano: “Il debito pubblico ha raggiunto un nuovo record”, il che, naturalmente, è una non-notizia.
Finché il saldo del bilancio pubblico è un deficit, e non un surplus, il debito non può che aumentare.
Che dire, allora, per passare dalle patrie sponde all’universo mondo, dell’allarme sul debito pubblico globale, che stabilisce, anche qui, nuovi record?
Anche in questo caso, vale la stessa osservazione: dato che il deficit pubblico globale – ci informa il Fondo monetario – è attorno al 5% del Pil del mondo (più che in Italia), il debito pubblico globale non può che aumentare.
Ma l’allarme è giustificato da un altro punto di vista.
Le Nazioni Unite (vedi il rapporto recentissimo dell’UNCTAD), dopo aver riconosciuto una profonda verità: «Il debito pubblico è vitale per lo sviluppo.
I governi lo usano per finanziare le loro spese, per proteggere e investire nella popolazione, e per provvedere a un futuro migliore», passa all’inevitabile ‘tuttavia’: «Ma può anche essere un grave peso, quando cresce troppo o troppo rapidamente».
Ed è quello che sta accadendo oggi, per i Paesi emergenti: il loro fabbisogno è cresciuto enormemente, per contrastare le disgrazie degli ultimi anni: la pandemia, l’accresciuto costo della vita e i danni da cambiamento climatico.
Non solo, rincara l’Onu: «Una diseguale architettura finanziaria internazionale porta a un accesso inadeguato e costoso alle fonti di finanziamento».
In effetti, i Paesi emergenti pagano di più (circa tre volte di più), per servire il debito, rispetto ai Paesi emersi.
Oggi, afferma l’UNCTAD, più di 3 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più per servire il debito rispetto a quanto spendono per la sanità o per l’istruzione.
Il rapporto (https://unctad.org/publication/world-of-debt) offre utili suggerimenti per attenuare quest’altra dimensione delle tante ‘disuguaglianze’ che sono oggi la nuova frontiera della politica economica.
Per saperne di più:

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