Non sarà la soluzione definitiva alla stretta creditizia, ma può costituire una strada da percorrere per diversificare le fonti di approvvigionamento finanziarie.
Secondo uno studio realizzato da Cerved Rating Agency e Sella Investment Banking, il potenziale delle emissioni di obbligazioni da parte delle mid-cap italiane ammonta a quasi 17 miliardi di euro.
Per fare un raffronto, si tratta quasi di un punto di Pil.
Una liquidità che offrirebbe un supporto importante alle imprese impegnate negli investimenti.
Per capire come si è arrivati a questa stima occorre fare un passo indietro.
Gli analisti, si legge su Affari&Finanza di Repubblica, hanno preso in considerazione le 17.000 imprese italiane che presentano un fatturato compreso tra i 30 e i 500 milioni.
Quindi hanno isolato quelle con il giudizio ‘investment grade’ (che indica un’elevata affidabilità a livello patrimoniale) secondo la stessa Cerved Rating Agency.
Sono state considerate le sole realtà con un tasso di crescita annuale dei ricavi nell’ultimo triennio superiore al 10% e con un margine operativo lordo medio su fatturato (Ebitda margin) di oltre il 10%.
La selezione ha portato a individuare 770 imprese, per emissioni stimate in 16,6 miliardi di euro.
Il ricorso al mercato può costituire un’integrazione al credito bancario, considerato il rapporto sempre più difficile tra banche e Pmi.
Secondo l’ultima analisi dell’Abi, basata su dati di Bankitalia, a giugno i prestiti alle imprese sono calati nell’ordine del 3,4% rispetto a dodici mesi prima e difficilmente arriveranno indicazioni migliori quando saranno disponibili i dati più recenti.
Anche perché nel secondo trimestre sono cresciuti i prestiti scaduti o sconfinanti, primo segnale di peggioramento della qualità del credito, una variabile che viene influenzata con qualche trimestre di ritardo rispetto all’andamento del Pil.
Applicando come ulteriore filtro l’attività di business in settori che rispondono ai criteri della tassonomia green, cioè il documento attraverso il quale l’Unione europea identifica in maniera univoca le attività e gli asset che contribuiscono agli obiettivi comunitari di sostenibilità, restano 523 imprese, per emissioni fino a 11,3 miliardi di euro, sostanzialmente due-terzi del potenziale.
Per fare un raffronto, nel corso del 2022 le emissioni di green bond da parte di imprese italiane non appartenenti al settore finanziario è stato di appena 3 miliardi di euro.
Eppure, sottolinea Fabrizio Negri, ad di Cerved Rating Agency, proprio il presidio delle tematiche legate all’ambiente è una delle variabili che incidono sulla rischiosità di un’obbligazione, e quindi sul tasso di interesse da garantire ai sottoscrittori.
Anche se non vi sono statistiche ufficiali, l’Esma (la Consob europea) ha rilevato che gli emittenti di obbligazioni sostenibili “hanno beneficiato in passato di un prezzo statisticamente significativo guidato dalle loro credenziali Esg a livello di emittente”, In sostanza, a parità delle altre condizioni, gli emittenti devono corrispondere interessi più bassi.
Allora, cosa manca per una maggiore diffusione dello strumento?
“Uno degli ostacoli principali è dovuto al fatto che gli strumenti della finanza sostenibile sono poco conosciuti dalle Pmi.
Sarebbe importante agire sulla mancanza di esperienza sulle tematiche di reporting Esg”, sottolinea Negri.
“Il mercato dei capitali sarà sempre più cruciale per la transizione ecologica: ricorrere a emissioni obbligazionarie Esg offre alle aziende l’opportunità di accedere a uno strumento in grado di tracciare l’impatto ambientale e sociale positivo generato dai loro investimenti”, conclude Giacomo Sella, vicepresidente del gruppo Sella.
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