Prima, nel 2022, è stata la volta dei colossi dell’energia, ora tocca alle banche.
La caccia ai cosiddetti extra-profitti ha trovato bersagli facili.
Con i bilanci pubblici alle strette, ecco che il governo non trova di meglio che andare a reperire risorse da due settori poco popolari tra i cittadini.
Certo, sia i big dell’energia che le banche hanno approfittato della congiuntura favorevole (per i primi i prezzi del greggio alle stelle per tutto il 2022, per le seconde i tassi in forte rialzo che hanno pompato il margine d’interesse) per gonfiare di profitti i conti.
Ma si dimentica che ambedue i business sono ciclici.
Quando il prezzo del greggio precipita sono perdite per i signori dell’energia.
Mentre le banche, che quest’anno quasi raddoppieranno i profitti per il delta che si è allargato tra tassi attivi e passivi (rimasti di fatto quasi fermi), hanno patito quasi un decennio di tassi a zero con perdite cumulate in Italia di oltre 50 miliardi.
Insomma, la caccia agli iper-profitti andrebbe indirizzata altrove.
A chi i grandi utili li fa sempre, quasi indipendentemente dal contesto macroeconomico.
Il caso di scuola è big pharma.
Che può agire, avendo farmaci protetti per anni da brevetti, sulla leva del prezzo come più gli conviene.
Basta mettere in fila i bilanci dei colossi delle pillole per avere un quadro della potenza e della ricchezza che si cumula anno su anno tra i principali operatori.
Un’analisi sui giganti del pharma che hanno una marginalità industriale superiore al 40% dei ricavi mostra quanta profittabilità producono le aziende farmaceutiche.
Tra l’altro il dato del margine industriale non è il più significativo.
Quel che rende big pharma quasi un unicum è il rapporto tra valore delle vendite e costi del venduto.
Qui i margini salgono in media ben oltre il 60% e in molti casi, come quello di Novo Nordisk, si arriva all’80-85%.
Vuol dire che in media big pharma riesce a vendere a 100 quel che gli costa 15-20.
Un delta impressionante.
E dentro ai costi totali ci sono anche quelli di ricerca e sviluppo, che spesso rappresentano un alibi per giustificare tanta redditività.
Si può spendere molto per sviluppare un prodotto ed è giusto che poi ci si guadagni.
Ma un gross margin così elevato, come quello dei colossi delle medicine, non lo si vede quasi in nessun altro settore.
Neanche i monopoli naturali hanno simili rapporti tra ricavi e costi delle vendite.
Di fatto i grandi produttori di farmaci sono i veri padroni dei prezzi, dato che vendono in regime di monopolio od oligopolio prodotti unici ed essenziali per la salute, che hanno un bacino di domanda spesso in costante crescita.
Non è un caso che tra le più redditizie ci siano Moderna, Biontech e Pfizer, che grazie ai vaccini anti-Covid hanno realizzato negli anni della pandemia utili stratosferici vendendo i loro prodotti a prezzi 7-8 volte superiori ai costi di produzione.
Non solo; spesso i farmaci protetti da brevetto trovano nel tempo applicazioni off label che ne prolungano la vita utile.
Il caso dell’aspirina è emblematico.
Nato come anti-febbrile, via via è diventato un cardio-protettore.
Così come il caso di Novo Nordisk, che ha campato per anni sull’insulina, prodotto a basso costo venduto a 6 volte gli oneri per produrlo, e che ora lavorando sul diabete ha trovato un farmaco con proprietà anti-obesità che impazza sul mercato.
I conti così non possono che essere sempre floridi.
Basta vedere quanti utili si producono.
In media la redditività netta del settore farmaceutico è intorno al 20% dei ricavi.
Pfizer, ad esempio, l’anno scorso ha realizzato 31 miliardi di utili netti su 100 miliardi di fatturato.
Eli Lilly, l’altro oligopolista assieme a Novo Nordisk nei prodotti per il diabete, fa utili netti per il 22% del fatturato.
Bristol-Myers per quest’anno è attesa fare profitti netti per 15 miliardi su 45 di fatturato.
E questi maxi-utili non sono episodici, ma spesso strutturali e in crescita nel tempo.
Non solo; le grandi pharma spesso sono anche poco indebitate, hanno forti flussi di cassa libera che consentono di continuare a investire in nuovi prodotti e di distribuire ricchi dividendi.
Del resto la posizione di forza sul prezzo è anche agevolata da politiche sanitarie pubbliche che consentono per molti farmaci la rimborsabilità di parte del prezzo.
Copertura che pesa sulle casse degli Stati.
Sarà anche un caso ma proprio in queste settimane il presidente americano Joe Biden ha lanciato la sua battaglia sui maxi-utili di big pharma, attraverso un tetto alla rimborsabilità da parte del programma Medicare.
Scalfire il potere di prezzo degli oligopoli farmaceutici non è semplice.
Ma se si vuole redistribuire ricchezza allora più che sulle banche occorrerebbe puntare su chi i maxi-utili li fa sempre e comunque.
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