Sul Corriere della Sera Sabino Cassese si occupa del Servizio sanitario nazionale, uno dei maggiori successi della storia repubblicana, che appare ora ammalato.
I segni più evidenti della malattia attuale del Servizio sanitario sono due.
Il primo si è notato durante la pandemia, quando ogni regione è andata per conto proprio: si è avuta l’impressione che non vi fosse un Servizio sanitario nazionale, ma una confederazione di servizi regionali.
Il secondo riguarda la mobilità sanitaria, per tre quarti dei casi relativa a ricoveri ospedalieri: in dieci anni il saldo negativo di tredici regioni del Sud nei confronti di quelle del Nord è ammontato a 14 miliardi.
Più complicato individuare segnali e cause della crisi, che non sono sempre da ricercare all’interno della stessa sanità.
Ecco i tre più vistosi.
Nonostante che le aspettative di vita media siano alte, una consistente quota della popolazione è in condizioni sanitarie difficili, sono deboli le cure primarie di base e fragile la sanità territoriale, anche per la emorragia dei medici di famiglia dovuta ai pensionamenti e a ricambi insufficienti.
Un secondo sintomo della malattia è costituito dai divari regionali in termini di aspettative di vita, di mortalità evitabile e di popolazione anziana con multi cronicità, segni di un servizio che non riesce a rispettare i livelli essenziali di assistenza, considerati dalla Corte costituzionale «nucleo invalicabile di garanzie minime».
L’ultimo sintomo è costituito dalle lunghe liste di attesa, e dall’incapacità del Servizio di affrontare le trasformazioni tecnologiche della medicina e di ridurre sprechi ed inefficienze.
Nel bilancio 2024, il governo ha stanziato per la sanità 3 miliardi, che non sono pochi, considerate le attuali difficoltà finanziarie.
Ma non basta rifinanziare la sanità, perché essa soffre di malattie croniche che vanno al di là della disponibilità di risorse.
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