È uno scenario di lotta di classe quello a cui si sta assistendo in questi giorni anche in Francia, con i contadini che bloccano da giorni le autostrade e che ora marciano su Parigi.
Non la vogliono affatto cingere d’assedio mandandola in rovina, perché sono loro stessi a vantarsi di sfamarla quotidianamente con la propria fatica: ma pretendono il giusto, anche per loro.
Già due secoli fa Marx metteva in guardia i piccoli proprietari terrieri dall’illusione di essere finalmente liberi, perché non avrebbero mai potuto contrastare la forza dei mercati che manipolano a loro piacimento i prezzi dei loro prodotti, né sostenere l’onere dei prestiti necessari anche per provvedere alle più piccole migliorie.
In fondo, nulla è mai cambiato nei rapporti di forza tra città e campagna, se già il Tityro di Virgilio, ben duemila anni fa, riteneva irragionevole il fatto che, “nonostante avesse macellato tanti capi e preparato buon formaggio per la città ingrata, mai la sua mano destra era tornata a casa pesante di denaro”: il bucolico non è solo contemplazione della natura incantevole ma soprattutto amara fatica.
Tutto è assolutamente irragionevole, completamente privo di senso.
Il riferimento è alle normative europee, elaborate nell’ambito del Green Deal al fine di conciliare le attività agricole con la tutela dell’ambiente in nome della biodiversità.
Non potendo invocare la decarbonizzazione, visto che le piante assorbono la CO2, in questo caso l’Unione Europea ha dovuto celebrare un altro idilliaco quanto indissolubile binomio, per cui “la biodiversità si fonda sull’agricoltura così come l’agricoltura si fonda sulla biodiversità”, a cui fa seguire la più ampia disciplina per la sostenibilità della filiera agroalimentare.
Se la biodiversità è dunque un valore incontestabile, e se l’agricoltura è centrale per il suo mantenimento, non si possono non condividere gli obiettivi della nuova Pac entrata in vigore il 1° gennaio del 2023: ripristinare, conservare e migliorare la biodiversità nelle aziende agricole; preservare e mantenere le caratteristiche del paesaggio; conservare e valorizzare le diverse risorse genetiche; facilitare l’ampia gamma di servizi ecosistemici resi possibili dalla biodiversità.
La questione si fa spinosa quando si tratta di definire le politiche idonee a perseguirli, dandosi come obiettivo il 2030: espandere la rete “Natura 2000” in modo che il 30% del territorio dell’Ue sia protetto; collocare almeno il 10% della superficie agricola in elementi paesaggistici a elevata diversità; destinare almeno il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica; ridurre la perdita di nutrienti da fertilizzanti di almeno il 50% e ridurre il rischio e l’uso di pesticidi chimici del 50%.
Una così astratta tassonomia, fatta di parametri e percentuali, avrebbe dovuto essere 1° gennaio misurata in termini di costi e di ricavi e soprattutto di fattibilità in termini di produzione: considerando i soli costi sostenuti, e non anche i rischi per la salute umana e per la salubrità dell’ambiente che ne derivano, è inimmaginabile che un agricoltore impieghi concimi oppure usi pesticidi in misura superiore a quella indispensabile per garantire le rese e la qualità richieste dal mercato.
Come sarebbe altrettanto assurdo pensare che gli allevatori somministrino alla leggera gli antibiotici al bestiame: il fatto è che la stalla è un luogo di contagio permanente.
L’agricoltore e l’allevatore rappresentano l’anello intermedio, e soprattutto il più debole in quanto parcellizzato in aziende per la gran parte minuscole a conduzione familiare, di una assai più lunga catena: a monte ci sono i fattori di spesa, con la struttura oligopolistica dei produttori di sementi, concimi, fitofarmaci e mangimi; a valle ci sono le fonti di provento, che vedono a loro volta concentrati gli operatori che comprano all’ingrosso e la grande distribuzione organizzata.
Da una parte ci sono costi incomprimibili e dall’altra ricavi non contrattabili: questa è la morsa in cui si trovano gli agricoltori e gli allevatori.
Non hanno potere di mercato.
Ed è per questo che le norme europee sono irragionevoli, perché disciplinano l’agricoltura in sé e per sé, senza considerare i vincoli strutturali e di mercato cui è sottoposta.
Se l’abbattimento della rendita fondiaria è stato un impegno storico durissimo sul piano politico, prima ancora che su quello sociale ed economico, oggi l’obiettivo di tutelare l’ambiente in campo agricolo non può essere perseguito scaricandone tutti i costi sul segmento economico e sociale più debole, quello di chi vive e lavora in campagna.
Sull’agricoltura sostenibile, al di là dei pur consistenti fondi della Pac, anche in Italia si fa solo un gran bel parlare.
La transizione ecologica, così si proclama, è uno dei pilastri del progetto Next Generation Eu e costituisce una direttrice imprescindibile dello sviluppo futuro.
A tal fine, nell’ambito del Pnrr, la Missione 2, denominata Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica, è dedicata ai “grandi temi dell’agricoltura sostenibile, dell’economia circolare, della transizione energetica, della mobilità sostenibile, dell’efficienza energetica degli edifici, delle risorse idriche e dell’inquinamento, al fine di migliorare la sostenibilità del sistema economico e assicurare una transizione equa e inclusiva verso una società a impatto ambientale pari a zero”.
Ma quando si vanno a verificare le destinazioni specifiche dei 6,47 miliardi di euro attribuiti nel complesso alla Componente 1 di questa Missione 2, intitolata “Agricoltura sostenibile ed economia circolare”, non si trova nulla: gli investimenti della Misura 1 sono destinati alla Realizzazione di nuovi impianti di gestione rifiuti e ammodernamento di impianti esistenti; a Progetti “faro” di economia circolare, per un maggiore e migliore riciclo di carta, cartone, plastica e tessili; al finanziamento di progetti in 19 piccole Isole Verdi; e infine “in Cultura e consapevolezza su temi e sfide ambientali, per diffondere tra i cittadini, ed in particolare tra le nuove generazioni, una maggiore consapevolezza sulle tematiche e le sfide della transizione ecologica, nonché a promuovere l’adozione di comportamenti virtuosi e stili di vita e consumi più sostenibili a livello di individui, famiglie e comunità.
A tal fine sono previsti: l’ideazione e la realizzazione di contenuti digitali omni-channel (podcast, lezioni video per le scuole, documentari, articoli, long form); la creazione di una piattaforma online aperta e liberamente accessibile per la raccolta del materiale educativo sulle tematiche ambientali.
Infine, si precisa che l’attuazione dell’Investimento prevede il coinvolgimento di influencer, testimonial e opinion leader, per veicolare i messaggi al più vasto pubblico”.
La Rivoluzione verde è tutta qui.
Se poi anche gli agricoltori italiani vanno in collera, forse qualche ragione ce l’hanno.
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