L’Unione del mercato dei capitali è il (non tanto) nuovo mantra della politica europea per la nuova legislatura. Anche Enrico Letta ne ha fatto un punto centrale nella preparazione del suo rapporto sul mercato interno dell’Unione che presenterà al Consiglio europeo in primavera. Solo che da tutti i progetti in gestazione manca l’obbiettivo principale: un vero consolidamento dei 35 mercati di quotazione, delle 41 piattaforme di scambio e delle 18 clearing houses attualmente esistenti – frammentazione che costituisce il sistematico fattore di inferiorità dei mercati europei rispetto al mercato americano. Mentre tutti gli sforzi dei paesi europei sono ancora concentrati sull’obbiettivo di consolidare il proprio mercato finanziario nazionale.
Naturalmente, gli Stati Uniti godono di altri importanti vantaggi, anzitutto il ruolo giocato nell’attrarre investimenti, a partire dalla seconda metà del decennio 2000, dalle grandi società dell’information technology. Basti pensare che Microsoft capitalizza da solo più dell’intero mercato azionario inglese. Valori comparabili non sono neanche immaginabili in Europa, se non si accetta di consolidare l’industria europea delle telecomunicazioni, o quelle dell’energia o dei trasporti. In questo senso, l’unificazione del mercato dei capitali richiederebbe quella della proprietà delle grandi imprese. Ma pesano anche problemi di liquidità, che fanno sì che anche le società europee che decidono di quotarsi ottengano sul mercato americano quotazioni multiple di quelle ottenibili sui mercati di casa. Insomma, queste poche cifre mostrano che i programmi europei per il mercato dei capitali sono del tutto fuori bersaglio, ammesso, e non concesso, che un recupero sia possibile.
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