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Dove sta andando il partito di Conte? | L’analisi di Stefano Folli

Stefano Folli su Repubblica cerca di capire dove si stia dirigendo il partito di Conte, dopo la sua vittoria – annunciata – nel braccio di ferro con il vecchio capo carismatico dei Cinque Stelle, Beppe Grillo.

Conte ha dimostrato di essere un politico spregiudicato, senza dubbio opportunista al massimo grado, ma capace di navigare nel mare insidioso dell’Italia di oggi, incagliata nel suo bipolarismo sfrangiato e contraddittorio.

La percentuale di cui dispone non è granché, perché i tempi in cui Di Maio gestiva gli equilibri parlamentari dall’alto di oltre il 32 per cento (elezioni del 2018) sono finiti da un pezzo.

Tuttavia il due volte presidente del Consiglio non va sottovalutato: di sicuro non intende fare il vassallo del Pd di Elly Schlein e nemmeno ritagliarsi qualche spazio di potere residuale.

Sulla carta dovrebbe essere così perché i 5S pesano intorno al 9-10 per cento a fronte di un Pd che raccoglie il 24 per cento (elezioni europee).

Ma si è visto che non esiste più un’egemonia politica: gli eredi del Pci e di una parte della Dc hanno ancora lunghe radici, ma non abbastanza forza sociale e forse fantasia per fornire una spina dorsale all’intera alleanza di centrosinistra.

I 5S “contiani” hanno buon gioco nell’interpretare il ruolo dei corsari e imporre le scelte, con il loro radicalismo populista, pronto tuttavia, all’occorrenza, al compromesso di potere.

Si potrebbe dire: radicali quando c’è da tagliare la strada al Pd; opportunisti quando sono loro ad avere in mano il timone per condurre il gioco in una trattativa diretta o indiretta con la controparte, fossero anche i Fratelli d’Italia.

Conte ha già dismesso da tempo l’abito, che non è mai stato suo, del rivoluzionario: quello indossato da Grillo quando voleva convincere gli italiani delle sue utopie, ed è del tutto inserito nel gioco politico, nel meccanismo di un’alleanza col resto del centrosinistra che è soprattutto fatta di rivalità.

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