“Non è possibile ridurre le proteste di piazza a caos insensato. Il fenomeno delle rivolte è un fenomeno politico e come tale va considerato. Chi intende ridurlo a questione di sicurezza commette un grave errore”.
Così Donatella Di Cesare commenta sulla Stampa le proteste esplose venerdì sera contro le nuove restrizioni per contrastare l’epidemia.
“In qualche modo – scrive Di Cesare – si è lasciato credere che tutto sarebbe presto finito. Adesso è invece chiaro che la pandemia durerà. Lo scenario è d’un tratto dei più foschi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca.
Chi ha fatto un giro nelle periferie metropolitane sa che il disagio e la sofferenza si avvertono come mai. L’esistenza di chi è esposto, di chi non ha tutele, garanzie, diritti, è cambiata radicalmente.
Il lavoro manca, le relazioni sociali si deteriorano, l’isolamento è pane quotidiano. Per non parlare dell’angoscia del contagio, dell’inquietudine generata dal virus. A chi rivolgersi? Che fare?
L’impressione è che questo governo – il premier Conte in testa – non ascolti, non dialoghi. Chi si è assunto l’onere di governare è chiamato, in un momento così grave e complesso, al confronto aperto. Non è sufficiente qualche sporadica comparsa virtuale. La miccia della rivolta può accendersi ovunque.
Basta sollevare lo sguardo oltre i confini per vedere l’ondata di proteste che, dettate da motivi diversi, appaiono legate dal filo di un enorme malessere che il coronavirus ha portato alla ribalta.
La politica appare lontana, astratta. La piazza diventa allora il luogo di un incontro, sempre in procinto di esplodere in uno scontro. Attenzione, dunque, a non stigmatizzare immediatamente questo tentativo; per quanto sbagliato sia, prima occorre cercare di comprenderlo. Certo che c’è chi attizza il fuoco, ma molti sono cittadini profondamente disorientati che non riescono a riconoscere un’istanza politica a cui rivolgersi”.
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