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Domenico De Masi (sociologo): «Il concetto di merito è strettamente legato alle diseguaglianze»

Il nuovo dicastero scolastico si chiama “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.

Il concetto di merito presuppone quello di dovere, di possibilità e di sforzo. Io merito un premio se, dovendo e potendo fare qualcosa di buono, lo faccio anche se mi costa grande sforzo.

Se, pur dovendo e potendo, non lo faccio, merito un castigo. Ancora più encomiabile se faccio qualcosa di positivo pur non essendo tenuto a farlo. In questo caso il merito può diventare perfino eroismo.

Come mai la parola merito è comparsa accanto all’Istruzione e non agli altri ministeri?

Evidentemente il nuovo governo intende sottolineare che nel mondo della scuola, più che in qualsiasi altro, il criterio del merito può entrare nella testa dei cittadini e restarvi per sempre arricchendo contemporaneamente il patrimonio intellettuale del singolo studente e della nazione nel suo insieme.

Questa attenzione al merito, sottolineata come missione preminente della scuola, ha scatenato l’opposizione di sinistra, che rischia così di regalare alla destra il monopolio della meritocrazia, che è un concetto molto complesso.

Per raggiungere un risultato eccellente, l’allievo deve possedere sia i necessari requisiti personali (fisico, intelligenza, competenza, motivazione, ecc.) sia i necessari requisiti oggettivi (situazione familiare, logistica e sociale, organizzazione scolastica, ecc.).

Solo alcuni fattori che determinano i risultati eccellenti dipendono dalla volontà dell’allievo, e sono strettamente soggettivi.

Il merito di uno studente che, pur essendo dotato di un basso quoziente intellettuale, tuttavia si sforza fino a ottenere 6/10 in un compito di matematica, può essere superiore al merito di uno studente superdotato che riesce a raggiungere 10/10.

Inoltre i fattori soggettivi daranno frutti in base alla situazione oggettiva di partenza. Lo sforzo necessario a un ragazzo povero per diventare usciere di una banca può essere uguale a quello sufficiente a un ragazzo ricco per diventarne presidente.

Purtroppo una ricerca del 2016 di Banca d’Italia su un campione di 90.000 persone ha dimostrato che “oggi le variabili che non sono oggetto di scelta degli individui spiegano il loro successo economico in maniera più ampia che in passato”.

E la ricerca Caritas appena pubblicata rileva che il 55% dei poveri – forgotten people, direbbe Trump – vive in condizioni economiche peggiori di quelle della famiglia di origine.

Un’altra ricerca condotta da Acciarri, Polo e Violante dimostra che un giovane piazzato nella classe più povera a Milano – un underdog, direbbe Meloni – ha 22 probabilità su 100 di salire nella classe più ricca mentre a Palermo le probabilità scendono all’8% e la differenza dipende in misura notevole proprio dalla qualità scolastica, soprattutto della scuola materna.

Una ricerca OCSE del 2018 ha appurato che in Italia chi proviene da una famiglia povera ha bisogno di 5 generazioni per raggiungere un livello di reddito medio.

Dunque, intitolando al merito il Ministero dell’Istruzione, il Governo Meloni implicitamente si è impegnato ad azzerare queste differenze oggettive di partenza.

Non sarà facile, perché la Caritas certifica che un milione di bambini su tre è a rischio di povertà; che soltanto l’8% dei giovani con genitori privi di licenza media raggiunge un diploma universitario (la media Ocse è del 22%); che è proprio la differenza qualitativa tra scuola e scuola, soprattutto nel Sud, a determinare o accentuare le disuguaglianze.

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