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Carmine Di Nuzzo (direttore Servizio Centrale PNRR Ministero Economia): «Attenti, il PNRR non è un piano per spendere soldi. Otterremo rimborsi solo su obiettivi e riforme vere. La Ue ci chiede prove documentali»

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Carmine Di Nuzzo, direttore generale del Servizio Centrale per il PNRR al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha partecipato al convegno “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Dagli aspetti teorici a quelli operativi”, organizzato da Confindustria. A moderare e introdurre i vari interventi Alessandro Fontana, direttore del Centro Studi di Confindustria, e Antonio Matonti, direttore degli Affari Legislativi di Confindustria.

«In questo momento credo sia molto importante che eventi del genere siano organizzati, sia a livello centrale, sia sul territorio. Roberto Chieppa ci ricordava che in questi giorni parte il tour del Governo per diffondere sul territorio i contenuti, le modalità del piano. Anche il ministero dell’Economia, insieme all’Anci, sta organizzando e, partirà dalla settimana prossima, un tour più tecnico rivolto proprio agli amministratori e quindi a coloro che materialmente svolgono il lavoro sul territorio, per poter diciamo spiegare meglio nel concreto come si attiva il piano e gli interventi del piano».

«In questa mia breve presentazione vi farò vedere in una prima parte o un quadro generale del piano, vedremo un po’ il livello attuativo che quello che in questo momento pare essere più critico. Anche oggi ci sono articoli di giornale in cui si lamenta il fatto che le regioni, gli enti locali e gli operatori non conoscono bene quali sono i meccanismi attuativi. Per questo è importante parlarne oggi e in generale. E poi se avremo tempo un piccolo focus su quali interventi in particolare sono rivolti al settore dell’impresa e come questi interventi materialmente poi si attivano».

«Come sono ripartite le risorse del piano? Sappiamo che il piano vale 191,5 miliardi di euro e queste risorse sono ripartite tra le missioni del piano. La parte più importante, il 32% è focalizzato sulla missione 1, che è quella della transizione. Le risorse della transizione vanno oltre il 32%, ovviamente, perché dovevamo rispettare il livello minimo del 37%, però la missione 1 ne assorbe il 32%, con 59,46 miliardi».

«Poi 40 miliardi vanno alla transizione digitale col 21%. Un altro importante pezzo di risorse va alla ricerca, a dimostrazione che istruzione e ricerca sono due settori chiave per lo sviluppo del Paese cui il Pnrr è comunque dedicato. Il 10% delle risorse vanno a inclusione e coesione. E poi c’è la salute. Come veniva ricordato in precedenza il piano si integra poi di altre risorse, che sono quelle del fondo complementare, che vale 30,6 miliardi».

«Perché un fondo complementare? Perché nel corso dell’esame, degli interventi, delle proposte del Pnrr, ci siamo resi conto che le risorse del Pnrr era non erano sufficienti a venire incontro a tutte le esigenze che venivano man mano presentate. Quindi il ministro Franco e il Presidente del Consiglio hanno deciso di attivare ulteriori risorse di investimento a complemento degli interventi del piano. Dopo di che a completare il quadro c’è anche l’iniziativa di React Eu, che è nata a livello europeo proprio per far fronte all’emergenza della pandemia e che destina all’Italia altri 13 miliardi».

«L’ammontare complessivo delle risorse che in questa fase sono attivabili per le strategie del Pnrr ammontano a 235,1 miliardi. Queste risorse sono ripartite in 6 missioni– non mi dilungo. È magari più interessante vedere i grandi numeri del piano: 6 missioni, 16 componenti, 63 riforme, 134 linee di intervento, che sono poi a loro volta ripartite in sub linee di intervento fino ad arrivare a 200. Assieme a questi grandi numeri ci sono 527 milestone e target, che sono obiettivi e traguardi che noi dobbiamo realizzare per il Piano».

«E questa è la prima importante differenza del piano, rispetto agli altri strumenti della programmazione europea. Il piano non è un piano di spesa. Fondamentalmente va evitato di pensare al piano con un piano in cui bisogna spendere i soldi, ottenere i rimborsi di quello che si spende. In teoria noi potremmo spendere zero e ottenere tutti 191 miliardi dall’Unione Europea,
perché dobbiamo realizzare obiettivi».

«Ovviamente questo è solo un paradosso, però noi non rendiconteremo spesa all’Unione Europea, ma rendiconteremo milestone e target, quindi obiettivi specifici, riforme da fare non solo formalmente, cioè norme che vanno approvate, ma effettivamente realizzate. E come tutti sappiamo, la Commissione vuole la dimostrazione anche attraverso una riforma una norma si realizza effettivamente l’obiettivo che il Pnrr deve realizzare».

«Buzzi ci diceva che in questo momento si sta lavorando ai documenti di dimostrazione che dovremo noi firmare con la Commissione, che saranno i documenti in base ai quali la commissione valuterà il raggiungimento di milestone e target, a dimostrazione del fatto che non stiamo parlando di mera spesa. Questa è una cosa importante, perché quello che a nostro giudizio sembra essere troppo enfatizzato, è il fatto che bisogna avere i soldi, dove stanno i soldi, come si prendono i soldi».

«Non è un problema di soldi, è un problema di realizzare le condizioni perché ci sia uno sviluppo e una crescita duratura del Paese, quindi eliminare strozzature e problemi vari attraverso riforme importanti, come la concorrenza non la norma sulla concorrenza. Bisogna riprendere a emanarla annualmente riempiendola di veri contenuti. Facendo questo noi prenderemo i rimborsi europei.

«Considerate che se noi guardiamo, dal punto di vista di milestone e target, al momento noi abbiamo conseguito 28 milestone e target. Di milestone e target da conseguire entro l’anno sono 51. Fondamentalmente, quest’anno noi con seguiamo dei milestone, che sono praticamente norme primarie e secondarie che devono realizzare questi traguardi. Ne abbiamo già 28 conseguiti – è chiaramente un numero in continua evoluzione».

«Come ci diceva Buti, abbiamo già ne abbiamo inviati a Bruxelles 12, per i quali noi riteniamo già esistente la dimostrazione del conseguimento. Stiamo discutendo con la Commissione, tutte le settimane incontriamo la commissione discutiamo di questo, e quindi siamo confidenti che il lavoro congiunto, nostro, della presidenza e delle amministrazioni, ci porteranno sicuramente a realizzare i 51 milestone e target previsti per la fine per la fine dell’anno».

«Quindi rendiconteremo regolarmente all’Unione europea questi valori, in effetti li inseriremo nella piattaforma europea già a fine novembre, che è la data prevista per l’inserimento di milestone e target conseguiti, e della documentazione dimostrativa sulla piattaforma elettronica che la Commissione europea ha messo a disposizione di tutti gli stati membri. E quindi saremo in grado di dimostrare il raggiungimento di questi milestone e target».

«Ovviamente è soltanto il primo step, perché poi, come voi sapete, ogni semestre noi dovremo rendicontare alla Commissione europea questi valori, fino alla 2026. Parlando ancora in maniera molto sintetica delle caratteristiche già nel Piano, voi sapete che ci sono la tre principi fondamentali da rispettare: quello del digitale, abbiamo detto almeno il 20% e noi siamo al 25,1%; la transizione verde che ci porta al 37,5% (il valore raggiunto dal piano italiano rispetto al 37% minimo, quindi siamo proprio al limite)».

«Quando noi abbiamo fatto il negoziato con l’Unione europea, siccome noi eravamo proprio borderline, anche il cambiamento o una valutazione diversa del costo di un singolo investimento poteva portarci sotto l’asticella e quindi il rischio di non rispettare il diciamo il livello minimo, e quindi la Commissione non ci avrebbe fatto presentare il piano».

«La valutazione del grado di impatto di ogni intervento rispetto a questo obiettivo climatico era 0%, 40%, 100%. Nel senso che la commissione prendendo un intervento diceva “questo secondo noi non impatta per niente”, quindi il costo non veniva imputato a questo obiettivo. 40% per cento quindi il 40% del costo valeva come obiettivo, 100% il 100% del costo». 

«È chiaro che nella diatriba con la Commissione, o meglio nella dialettica con la Commissione, abbiamo dovuto fare un compromesso su ogni singola linea di investimento. Questo requisito ovviamente lo dobbiamo mantenere. Faccio un esempio che forse interesserà, il credito di imposta transition 4.0 impatta per una certa misura sulla transizione verde e sul digitale. Il che vuol dire però, che i singoli investimenti dovranno rispettare questo vincolo. Per cui se io, per esempio, faccio investimento in acquisto di veicoli, devono essere i voli a bassa emissione, perché se sono veicoli inquinanti non va bene».

«Però già qui cominciano a esserci problemi: per esempio, il ministero dell’Agricoltura ci dice “Per noi i trattori verdi sono come i trattori Euro 6”, mentre per la Commissione sono quelli a bio metano o addirittura elettrici. Ora è chiaro che i trattori elettrici sarà complicato averli, vista la potenza, però c’è un problema attuativo. Quando noi abbiamo chiuso il piano e accettato le condizioni, ora però queste cose sono un vincolo e non possiamo dire “noi pensavamo non sapevamo” o “gli imprenditori non sono pronti”. Ci dobbiamo attrezzare».

«Nella filiera elettrica dell’automotive bisogna fare investimenti perché se vogliamo effettivamente realizzare bus elettrici dobbiamo anche produrli, altrimenti dobbiamo importarli dalla Cina o altri posti. Secondo me il Pnrr deve stimolare l’offerta, cioè deve far sì che il privato cominci a pensare di fare investimenti e di venire incontro a quelle che sono le esigenze del piano, altrimenti non si realizzerà».

«Cioè, non è che non si realizza il piano, non si realizzano gli obiettivi del piano e quindi di fatto non prenderemo le risorse. Questo è un passaggio non secondario. C’è poi il discorso del divario territoriale. Questo è un discorso più che altro nazionale, la commissione non ci poneva un vincolo di allocazione minima di risorse per qualche aria. È stato un vincolo politico interno che adesso però va rispettato e quindi la commissione, che tra l’altro tra l’altro ci chiede anche “ma siete certi che il Sud riuscirà ad assorbire queste risorse?”».

«Qui si apre una parentesi importante. Voi sapete bene che i fondi strutturali 14-20 attualmente hanno un tasso di utilizzo al 50% e siamo a fine 2021. La programmazione 14-20 che destina circa 50 miliardi tra fondi europei e finanziamento nazionale, e il cui l’80% è destinato a 4 regioni del Sud, neanche a tutto il Mezzogiorno, è al 50% e vanno spesi nei prossimi due anni».

«Si sta negoziando il nuovo quadro finanziario 21-27 e l’80% di quelle risorse andranno al Sud, perché i criteri e i parametri della coesione privilegiano giustamente le regioni del Sud, perché devono colmare il divario territoriale. Del Fondo Sviluppo e Coesione nazionale sono altri 50 miliardi di cui l’80% va al Sud».

«Se noi guardiamo il complesso delle risorse che si concentreranno sulle regioni del Sud capiamo bene che qui o c’è un cambiamento rivoluzionario della capacità di queste aree di assorbire le risorse, oppure stiamo parlando in teoria, ma poi nella pratica queste cose difficilmente si concretizzeranno, come capacità proprio di utilizzo delle spese e capacità del sistema di presentare investimenti veri. Cioè non è solo un problema di pubblico, è più un problema complessivo. Ci deve essere anche una capacità del mondo privato di assorbire e fare Investimenti per questo tipo di ammontare di risorse».

«Sulla governance non mi soffermerei più di tanto. Parlerei più che altro delle procedure di attuazione. Quello che va chiarito è che il piano prevede una titolarità che è dei ministeri. Il piano è un Piano nazionale, non è un Por, per cui la rivendicazione fatta dai governatori “non vogliamo gestire, vogliamo fare”. Questo non è un Por. È un Pon, mega in cui l’autorità di gestione è il ministero dell’Economia, che ha anche l’autorità di audit. I soggetti titolari quindi beneficiari delle linee di intervento sono i singoli ministeri, che quindi devono attivare le procedure e questo è il primo passaggio».

«Chi attiva le procedure per poter farà aveva accesso alle risorse, ancora di più per avere la selezione dei progetti, sono i ministeri. Quindi i vari ministeri in base alle varie linee di intervento e le missioni attivano la selezione di progetti. Come? Attraverso bandi. Asili nido 4,6 miliardi, il ministero dell’istruzione, nel giro di qualche giorno, emanerà il bando per consentire, in questo caso ovviamente alle autorità locali, comuni, di presentare i propri progetti per attingere a queste risorse».

«Queste azioni possono realizzarsi secondo due schemi tipici: a titolarità o a regia. Ovvero, a titolarità l’amministrazione realizza l’intervento direttamente attraverso i propri uffici o per esempio avvalendosi di una società pubblica. A regia, ha la regia dell’intervento che realizzava un diverso livello di governo a livello locale regioni, sanità, politiche attive del lavoro, oppure comuni. Parliamo di rigenerazione urbana, di asili nido».

«Queste sono le modalità. allora uno mi dice “come intervengono le imprese?”. Sono da un lato beneficiarie dirette di alcune tipologie – industria 4.0 in quel caso si rivolge direttamente all’impresa. Le imprese fondamentalmente però sono anche i soggetti che parteciperanno alle gare che le amministrazioni locali bandiranno per realizzare concretamente le opere. Per quanto riguarda gli asili nido qualcuno dovrà ristrutturarne gli edifici, qualcuno dovrà fare il lavoro per efficientarli. In questo caso le imprese e possono intervenire per fare questo tipo di lavoro».

«Considerate che in un’analisi per settori, il Pnrr destina circa il 60% al settore delle costruzioni, perché si tratta di infrastrutture. Questo è un piano che realizza molte infrastrutture. Il 60% va a infrastrutture e costruzioni, quindi quel tipo di settore di riferimento».

«In quest’ottica non possiamo dire che non si capisce quali sono le modalità con cui si attua il piano. Si attua in maniera semplice, attraverso i bandi che le amministrazioni faranno. O bandi livello alto e partecipano altre amministrazioni locali, o i bandi di gara e sono quelli a cui tipicamente partecipa l’impresa».

«Anche su sollecitazione della stessa Confindustria con la quale stiamo collaborando per migliorare l’approccio – abbiamo inserito nel portale Italia domani, che è il portale dove adesso ci sono tutte le informazioni pubbliche che riguardano il piano e che cogestiamo con la Presidenza del Consiglio, abbiamo inserito una sezione bandi avvisi dove tutte le amministrazioni faranno veicolare le notizie di bandi avvisi attivabili e attivate per il Pnrr».

«Tutta questa questione dell’attuazione del coinvolgimento degli enti locali apre la stura a un altro grosso problema, che è quello che evocavo relativamente al fatto che le regioni del Sud hanno tante risorse da gestire, e cioè quello della capacità amministrativa, di fare progetti, di fare analisi eccetera. È un problema non di oggi. I fondi strutturali 14-20 avevano una condizione a monte, che è stata risolta attraverso i cosiddetti Pra, i piani di rafforzamento amministrativo».

«Non è un tema assolutamente nuovo, è ampiamente sperimentato. Cosa sono i piani di rafforzamento amministrativo? Sono dei piani che ogni Regione ha dovuto stilare e farsi approvare dalla Commissione Europea, che mettevano in piano le misure per rafforzare la capacità amministrativa degli enti, sia regione e sia dei soggetti attuatori, i comuni. Quindi erano un insieme di misure di formazione, di assistenza tecnica, di supporto in tutte le fasi del processo di esecuzione, monitoraggio, rendicontazione e controllo degli interventi. Utilizzando la riserva dei fondi strutturale, non il Pnrr, destinava l’assistenza tecnica mediamente il 4% dello stanziamento complessivo venivano fatte una serie di azioni per aiutare».

«Abbiamo realizzato gli obiettivi? Probabilmente nì. Nel senso che in parte, in alcune realtà, hanno funzionato, in altre parti hanno funzionato meno. In merito all’edilizia scolastica, per esempio, attraverso le task force attivate con i fondi del Pon governance e capacità amministrativa, gestito dall’Agenzia della coesione, è riuscita a incidere effettivamente perché ha messo a disposizione un team di esperti, per cui ogni comune che aveva problemi andava risolvere i problemi. Ma anche, banalmente, prendendo un dossier spostandolo da una stanza all’altra, perché spesso ahimè, c’è anche questo di problema».

«È difficile far come dire a colloquiare due anime della stessa struttura, della stessa amministrazione quindi, cosa abbiamo pensato noi per cercare di venire incontro a questa esigenza di rafforzamento. Le norme, che ha citato anche Roberto, prevedono una serie di misure, sia quelle che consentono di fare assunzioni a tempo determinato, per far sì che l’amministrazione che deve realizzare un progetto possa dotarsi dell’ingegnere, del tecnico, dell’esperto, che gli serve per realizzare il progetto. Sia attraverso un supporto che passato attraverso la Cassa depositi e prestiti, attraverso Studiare sviluppo, Sogei, Invitalia, con cui il ministero dell’Economia e delle finanze sta stipulando degli accordi quadro, per far sì che questi poi diano assistenza concreta dalla progettazione, all’esecuzione, alla rendicontazione e controllo.

«Queste sono delle misure concrete che stiamo mettendo in piedi. Evidentemente c’è un peccato di comunicazione che un po’ va colmato, perché queste cose le dobbiamo a comunicare meglio. Ma chiedo venia, ma in questo momento ci siamo preoccupati più di fare che di comunicare. Laddove, invece, mi pare che lo sport nazionale sia quello di far sapere le cose, e poi si fanno a va bene».

«Quindi noi più che i “faremo” vorremmo comunicare “abbiamo fatto”. È chiaro che per fare questo dobbiamo prima fare, poi comunicare. E siccome fare è un esercizio non facile anche al Mef, non è che sia diverso dalle altre amministrazioni, anche il Mef ha le sue procedure, ha le sue cose».

«Stamattina mi ha chiamato la responsabile della per la sicurezza e mi dice “stamattina nel corridoio c’erano due persone che parlavano senza mascherina. Gli ho chiesto chi siete e con modo arrogante hanno risposto, un responsabile del Pnrr”. Ecco, quindi, i responsabili del Pnrr neanche le mascherine voglio utilizzare».

«Questo per dire che noi siamo all’interno di una struttura amministrativa dove nei corridori dei corridoi passa la persona e vede che stai parlando con la maschera abbassata e pratica di ciò sulla mascherina. Quindi così attiva un dibattito su mascherina sì, mascherina no. E anche questo ci fa perdere tempo».

«Per quanto riguarda l’ammontare degli interventi che va verso il settore delle imprese, sulla missione 1 vediamo che il 60% delle risorse va verso settore imprenditoriale, l’8% della missione 2. La missione 3 non l’abbiamo considerata nel mondo delle imprese; quindi, c’è solo una misura di digitalizzazione. Anche se di fatto la missione 3 il grosso è realizzato da Rfi, quindi parliamo comunque di soggetti imprenditoriali. Alla ricerca va il 33%. Poi c’è la missione 5, che è più rivolta alle amministrazioni, il 2%. Per ogni missione sono individuati punto per punto quali interventi vanno al settore dell’impresa e le procedure».

«Spero di aver dato un focus su quelle che sono le nostre preoccupazioni operative, quello su cui volevo rassicurare è il fatto che noi lavoriamo in perfetta sinergia con la presidenza, ci sentiamo tutti i giorni. Siamo in un percorso che vuole realizzare l’obiettivo comune. E dobbiamo colmare evidentemente un gap comunicativo con il livello decentrato. Questa è una cosa a cui stiamo provvedendo. Poi chiediamo a Confindustria di continuare a stimarci per migliorare, collaborare e realizzare il nostro obiettivo comune».

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