Valorizzazione delle competenze e procedura snellite, una ricetta semplice che però secondo il presidente di Maire Tecnimont, Fabrizio Di Amato, potrebbe portare benefici incalcolabili all’Italia. Lo scenario in cui nascono queste riflessioni, ovviamente, è quello del Pnrr, che rappresenta “un momento straordinario, un’occasione irripetibile per cambiare il Paese”, sostiene Di Amato, che ha appena portato a casa una comunicazione da 3,5 mld ad Abu Dhabi.
La mappa stradale? Assegnare priorità ai progetti cantierabili, fare in modo di velocizzare il sistema autorizzato e selezionare le migliori competenze presenti nel Paese. L’obiettivo, lontano sì che i 70 miliardi del Pnrr dedicati alla transizione energetica sfruttino l’effetto leva del partenariato pubblico-privato per diventare oltre 400 miliardi spendibili in progetti innovativi.
“Basterebbe un distretto circolare verde per ogni regione per concorrere a sconfinare il problema rifiuti e investire la chimica verde, generando occupazione ma anche ricchezza in termini pil e rendere l’Italia attrattiva per gli investitori”.
Domanda. Messo in questi termini sembra semplicissimo.
Risposta. Abbiamo tutte le potenzialità per sfruttare questo momento storico. La discontinuità generata dalla pandemia può e deve diventare un’opportunità per un nuovo ciclo industriale. Però per poterla cogliere sarà necessario coinvolgere dall’inizio le aziende private in questo processo.
D. Perché?
R. Per le competenze tecnologiche, che non si possono inventare da un giorno all’altro. Bisogna dare fiducia alle grandi aziende, che conoscono bene i settori di cui si occupano. La politica potrà coordinare e supervisionare, come è giusto che sia.
D. Il governo per il Pnrr pensa a una serie di bandi per chiamare a raccolta le aziende
R. Ottima l’idea dei bandi, meglio ancora se scommetteranno sulle nuove tecnologie e permetteranno ai privati di accedere facilmente. Sarà fondamentale rimanere nel rispetto delle regole, ma attivare procedure che sveltiscano veramente i processi rispetto alla modalità ordinaria.
D. Tipo l’ormai famoso modello-Genova?
R. Ma anche modello-pandemia, i governi hanno dato soldi alle aziende per velocizzare procedure, studi sui vaccini e produzioni, quando un’azione è coordinata i risultati arrivano. Tutto questo tradotto diventa: quanto sarà considerata urgente la transizione energetica? In ogni caso serviranno le competenze giuste.
D. Questa parola, competenze, continua a tornare. Perché?
R. Il Paese si gioca una partita importante. In Europa si parla di transizione energetica e ogni stato deve rispettare gli obiettivi comunitari, ma poi ogni nazione sfrutta le sue caratteristiche: la Francia ha il nucleare, la Germania il gas. Ecco, l’Italia in Europa è prima per economia circolare e nella chimica verde. Secondo me ha senso continuare a spingere su questa vocazione.
D. Settore nel quale Maire rappresenta la competenza citata prima.
R. Abbiamo un posizionamento tecnologico riconosciuto. Abbiamo una quota di mercato mondiale del 30% nel settore degli impianti di polimeri. Sulle tecnologie per i fertilizzanti arriviamo al 50%, che negli Stati Uniti diventano il 100% negli ultimi 5 anni. Questo know how vogliamo trasferirlo nei settori dell’economia circolare, della chimica verde e della transizione energetica, mettendolo a disposizione dell’Italia, senza contare che genererebbe anche valore in una filiera italiana esportabile.
D. In che modo?
R. Noi ci occupiamo di grandi infrastrutture energetiche, la nostra specializzazione è la tecnologia e il project management, ma acquistiamo apparecchiature e appaltiamo la maggior parte dei lavori e quindi generiamo lavoro e ricchezza su tutta la catena di fornitura.
D. È un impatto quantificabile?
R. Abbiamo calcolato che per ogni euro investito se ne generano altri 4 nell’indotto. L’effetto moltiplicatore peraltro potrebbe valere anche per i fondi del Pnrr.
D. Ossia?
R. Dei 200 miliardi previsti, circa 70 sono destinati alla transizione energetica. Ma oggi potremmo immaginare uno schema di progetto in cui si prevede un investimento del 30% in equity e la parte restante a debito, peraltro oggi di cosiddetto “debito verde” ce n’è in abbondanza. Ipotizzando che di un progetto il 15% di equity venga investito dal governo e un altro 15% da privati, quei 70 miliardi si possono trasformare in oltre 400 miliardi.
D. Quanti impianti si potrebbero realizzare in Italia?
R. Focalizzandoci sull’economia circolare, teniamo conto che in Italia ci sono 6 milioni di tonnellate di rifiuti che ogni anno vanno ancora in discarica. Maire ha già realizzato 12 studi di fattibilità per impianti da 200-400 mila tonnellate. Con 20-25 impianti, diciamo uno per regione, avremmo risolto il problema. Calcoli che un impianto da 200 mila tonnellate secondo i nostri studi genera prodotti tra cui l’idrogeno sufficienti per alimentare l’intera mobilità di Roma.
D. E la plastica?
R. Il nostro impianto a Brescia ricicla 40.000 tonnellate all’anno, che equivale allo smaltimento del consumo di plastica di 1 milione di persone. Immaginando impianti un po’ più grandi, con 20-30 strutture avremmo di nuovo soddisfatto i bisogni della nazione. L’idea peraltro è mettere tutti questi impianti in un unico posto.
D. Sono però gli impianti che la gente non vuole nei suoi territori.
R. Questo è il punto, il nostro progetto punta a sfruttare le aree industriali dismesse o in via di dismissione, luoghi dove ci sono già infrastrutture e maestranze tecniche. I siti di interesse nazionale (Sin) mentre 240.000 ettari di spazio, un distretto circolare bastano 20-30 ettari. E nelle stesse aree si potrebbero godere pannelli solari, senza occupare nuovo suolo, e renderli autosufficienti dal punto di vista energetico.








