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Da Monaco 1938 all’Ucraina di oggi | L’Analisi di Paolo Gnes

Nella sua ultima opera, Maurizio Serra, ambasciatore italiano e Accademico di Francia, si conferma quale storico di ampia visione, capace di combinare la meticolosità della documentazione e la lucidità dell’analisi con una prosa elegante, chiara ed efficace che rende la lettura piacevole e avvincente.

Ma vi sono due ulteriori motivi che fanno di “Scacco alla pace – Monaco 1938” (Neri Pozza, 2024) un libro da leggere: la ricostruzione dell’evento, impeccabile nella sua lucidità e rivista per più aspetti rispetto alla narrazione tradizionale, e la sua incredibile attualità.

Sotto il primo aspetto, Serra ricorda che quando i quattro capi di Stato (Chamberlain, Daladier, Mussolini e Hitler) si incontrarono a Monaco il 29 settembre 1938, l’annessione alla Germania dei territori dei Sudeti era già stata praticamente decisa.

Potevano però essere ancora negoziate le modalità, particolare non secondario ai fini dell’obiettivo finale di Hitler, che era l’annessione al Terzo Reich dell’intera Cecoslovacchia.

Nella nuova narrazione di Serra, il mattatore della Conferenza resta Mussolini, ma non nel ruolo di mosca cocchiera di Hitler, quanto di suo principale antagonista, abilmente dissimulato nella schermaglia diplomatica, ma reso inevitabile dal completo cedimento della resistenza anglo-francese, ormai pronta ad abbandonare la Cecoslovacchia al suo destino, cercando solo di salvare la faccia presentando tale scelta come necessaria per la pace.

Mussolini aveva intuito che i veri obiettivi di Hitler erano l’annessione dell’intera Cecoslovacchia e l’egemonia sull’Europa centro-orientale non solo ex-asburgica, e ne era profondamente contrariato e preoccupato. Cercò quindi di fare argine negoziando le condizioni dell’annessione dei Sudeti.

A tal fine, dando prova di notevole abilità diplomatica, riuscì a far cadere il piano aggressivo su cui Ribbentrop, ministro degli esteri tedesco, intendeva aprire la discussione e a sostituirlo con il proprio, elaborato durante il viaggio notturno in treno da Roma a Monaco, tenendo conto della versione più moderata del piano tedesco e delle posizioni anglo-francesi, sopravanzando peraltro quest’ultime con proprie proposte di controlli internazionali a difesa dell’autonomia cecoslovacca.

Ma gli anglo-francesi non colsero l’occasione e non si adoperarono per rafforzare e blindare questi meccanismi di protezione internazionale, la cui soppressione contribuì poi a consentire l’annessione di fatto alla Germania dell’intera Cecoslovacchia sei mesi dopo.

A Monaco troviamo dunque un Daladier ringhioso ma costretto ad ammettere che la Francia non ha i mezzi per difendere i cechi, nonostante la protezione loro accordata con il trattato di alleanza e di amicizia franco-cecoslovacco del 1924, confermato a Locarno l’anno dopo; un Chamberlain apparentemente convinto che l’annessione dei Sudeti sazierà gli appetiti di Hitler e quindi salverà la pace, come sottoscritto nella dichiarazione congiunta con Hitler ottenuta da Chamberlain prima di partire da Monaco e sventolata al suo arrivo a Heston, quale simbolo vittorioso dell’appeasement e giustificazione del suo rifiuto di difendere l’indipendenza ceca; infine, un Mussolini preoccupato dalla crescente potenza e aggressività del Terzo Reich, che lo ridimensiona nei rapporti bilaterali, mentre l’ostinato appeasement anglo-francese ostacola il rafforzamento del fronte di contenimento nazista, come dimostrato dall’insuccesso delle iniziative che pure aveva perseguito con l’Accordo a Quattro del 1934 e con la Conferenza di Stresa del 1935.

A Monaco arriva dunque un Mussolini certamente attratto dall’Asse Roma-Berlino, proclamato nel novembre 1936, ma tutt’altro che convinto di farne la scelta definitiva, dopo l’affronto subito con l’Anschluss. Monaco diventa per lui il banco di prova per un’ultima verifica di questa alternativa.

La delusione per la debole risposta ricevuta da Chamberlain e Daladier lo scoraggia dal proseguire nel tentativo di contenere l’espansione di Hitler per prepararsi invece a raccogliere anch’egli la sua parte di bottino, come avverrà pochi mesi dopo con l’annessione dell’Albania, dopo la completa occupazione tedesca della Cecoslovacchia.

Il secondo motivo che rende particolarmente interessante il libro di Serra è la sua straordinaria attualità.

Pur nella diversità dei contesti storici, molti motivi e modalità dell’aggressione tedesca alla Cecoslovacchia nel 1938 non sono dissimili da quelli dell’aggressione russa all’Ucraina.

In entrambe le circostanze l’aggressione nasce dal revisionismo: delle conseguenze dello smembramento dell’Impero Asburgico (e più in generale delle condizioni imposte dal Trattato di Versailles) allora, di quelle dell’implosione dell’URSS (e della successiva evoluzione geopolitica) oggi.

In entrambi i casi, l’aggressione è motivata con la difesa delle minoranze linguistiche, pur mirando a ben altri obiettivi. Allora l’aggredito venne indotto ad arrendersi, rinunciando a libertà e indipendenza e creando un precedente che portò alla Seconda guerra mondiale meno di un anno dopo. Oggi è stato aiutato a difendersi e si batte coraggiosamente da tre anni in una guerra sanguinosa che dovrà comunque concludersi con un accordo.

La narrazione del libro costituisce pertanto un precedente importante per comprendere la crisi ucraina, ottenerne indicazioni sui suoi possibili esiti e trarne una considerazione d’insieme sulla politica di appeasement, la cui condanna esce ampiamente confermata dalla lucida analisi svolta dal libro.

Capire le ragioni fondate del revisionismo e cercare di rimuoverle tramite accordi è dovere di ogni governante che miri seriamente alla pace. Ma cedere a pretese ingiuste solo per evitare lo scontro armato o per non dover approntare le necessarie difese, significa non solo tradire le fondamentali esigenze di sicurezza e benessere dei cittadini, ma creare anche le premesse di future e ben più devastanti guerre.

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