Le prossime elezioni europee – osserva sulla Stampa Veronica De Romanis – saranno cruciali per delineare i nuovi equilibri politici in un contesto caratterizzato da forte incertezza e crescenti tensioni geopolitiche. La campagna elettorale nel nostro Paese è iniziata da un po’. Quasi tutti gli schieramenti sostengono di voler cambiare l’Europa che, così com’è, piace poco. L’Europa, del resto, è diventata oramai da tempo il capro espiatorio ideale. Quando qualcosa non funziona la colpa è di Bruxelles che viene puntualmente presentata come un’entità astratta, lontana, estranea.
E invece non è così. Sembrerà banale dirlo ma l’Europa siamo anche noi. O meglio, l’Europa è – anche – il risultato delle nostre scelte. Pertanto, se le misure europee non ci soddisfano, la responsabilità è in parte nostra perché abbiamo deciso di farci rappresentare dalle persone sbagliate. Qualche esempio? In passato abbiamo eletto ex calciatori e cantanti, persone bravissime nel loro campo ma forse poco esperte nelle materie comunitarie.
Non solo. Abbiamo mandato politici che interpretavano il mandato europeo come un mero parcheggio in attesa di un posto, considerato migliore, a Roma. Gli altri Paesi non compiono simili errori. I nostri partici politici, invece, sembrano aver rinunciato a selezionare una classe dirigente adeguata. L’imbarazzante dibattito sulle candidature da capolista dei leader lo dimostra. I termini della questione sono più o meno questi.
Ad oggi, né Giorgia Meloni né Elly Schlein hanno sciolto la riserva. Nel caso, si tratterebbe di nomi di facciata: nessuna delle due lascerebbe l’attuale compito. L’eventuale candidatura servirebbe solo ad attrarre il maggior numero possibile di voti: il posto, infatti, verrebbe immediatamente ceduto ai primi non eletti. L’obiettivo sarebbe quello di rafforzare il peso del partito in Europa. Questa strategia, tuttavia, convince poco. Si basa sull’assunto che il peso si misuri unicamente con la quantità e non con la qualità delle persone.
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