Il decreto legge approvato venerdì scorso contenente le misure per sostenere l’economia a seguito della crisi ucraina è ampiamente condivisibile. Restano però – scrive Carlo Cottarelli nel suo editoriale su Repubblica – evidenti i limiti.
Il decreto vale 4,4 miliardi, che si aggiungono ai 16 miliardi già stanziati per l’ultimo trimestre del 2021 e i primi due del 2022. La misura più visibile e ingente è il taglio delle accise sui carburanti di 25 centesimi al litro.
Ma c’è di tutto: l’ampliamento del bonus energia per famiglie a reddito basso, l’estensione a nuove imprese del credito d’imposta per i consumi di energia, maggiori stanziamenti per la cassa integrazione, risorse per adeguare i contratti pubblici a fronte dell’aumento dei prezzi energetici, un fondo di mezzo miliardo per l’autotrasporto, 400 milioni per i migranti ucraini e interventi settoriali (pesca, agricoltura, turismo).
Il governo finanzia queste nuove spese senza aumentare il deficit pubblico per il 2022, confermandolo al 5,7% del Pil della legge di bilancio. Si è evitato, quindi, lo scostamento richiesto a gran voce da diverse parti politiche.
Ma le tensioni che emergono nei nostri conti pubblici sono ora evidenti, spiega Cottarelli. I 4,4 miliardi del nuovo pacchetto sono stati finanziati principalmente dalla tassa del 10% sugli extra-profitti delle imprese energetiche. Inoltre, le misure diventano sempre più limitate nel tempo.
Il sostegno introdotto nei precedenti provvedimenti per calmierare le bollette di elettricità e gas si estende solo fino a giugno.
Il taglio di 25 centesimi sulle accise è limitato a un solo mese a partire dal giorno seguente la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale: non arriverà a fine aprile. La crisi ucraina, poi, porterà a nuove pressioni sulla spesa pubblica.
Aumentare la spesa militare al 2% del Pil, in linea con gli impegni Nato, richiede almeno una quindicina di miliardi l’anno in più rispetto ai livelli attuali.
Gli spazi di manovra a disposizione del governo sono quindi sempre più stretti. Non deve sorprendere allora – conclude – il richiamo fatto da Draghi alla necessità di un nuovo intervento europeo. Ma non sarà facile raggiungere un accordo su un nuovo piano.








