Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Così la caduta di Assad in Siria rivoluziona la geopolitica mondiale | Lo scenario di Guido Salerno Aletta

In Siria è in corso un brusco capovolgimento di fronte, per lo scacco subìto simultaneamente dalla Russia e dall’Iran che sostenevano il regime di Bashar al-Assad.

Tutto è stato determinato dalla saldatura tra i consistenti vantaggi economici ottenibili in prospettiva da Qatar e Turchia e gli ancor più rilevanti e immediati vantaggi geopolitici che ne derivano a Israele e agli Stati Uniti.

Probabilmente Assad era diventato per Russia e Iran un peso eccessivo da sostenere, mollato per evitare ulteriori, inutili sforzi.

La svolta, che interessa l’intero Medio Oriente, era nell’aria da quando, appena due giorni dopo la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, il Qatar aveva deciso di chiudere la sede di Hamas e di porre fine all’attività di mediazione che aveva svolto fino ad allora per arrivare al cessate il fuoco a Gaza.

A Doha avevano cambiato cavallo, ancora una volta d’accordo con la Turchia, abili e manovrieri come quando ai tempi della prima presidenza Trump furono capaci di ospitare i colloqui che portarono al pacifico ritorno dei Talebani a Kabul in cambio della fine della costosissima quanto inutile occupazione militare americana durata vent’anni.

Partiamo dagli interessi economici: il conflitto in corso in Ucraina ha determinato la cessazione degli afflussi di gas dalla Russia che attraversavano il Baltico col North Stream e prossimamente anche di quelli che transitano per l’Ucraina, con l’Europa che ne ha sempre più bisogno e con il Qatar che è pronto a fornirglielo facendolo fluire attraverso un nuovo gasdotto che passi per la Turchia dopo aver attraversato la Siria.

Ci vorrà qualche tempo per realizzarlo, ma l’alternativa di attraversare l’Iraq non è mai stata ritenuta praticabile, in quanto da anni il nord di questo Paese è presidiato dai curdi, che da sempre sono in conflitto con la confinante Turchia, e che per questo l’avrebbero sabotata a ripetizione: un percorso dai rischi inaccettabili.

C’è poi il conflitto che vede Israele sempre alle prese contro Hamas e Hezbollah, le milizie sostenute dall’Iran che per difendere le ragioni dei palestinesi si sono infiltrate a Gaza, in Libano e in Siria, perseguendo così la strategia di Teheran volta a realizzare la cosiddetta Mezzaluna sciita in territori a prevalenza sunnita.

In entrambi i conflitti, gli Stati Uniti hanno fin qui sostenuto senza alcun tentennamento sia l’Ucraina nei confronti della Russia che ne ha invaso il territorio, sia Israele nei confronti degli attacchi e delle minacce provenienti direttamente e indirettamente dall’Iran: ora la caduta di Assad è uno smacco per entrambi questi ultimi.

C’è un ulteriore elemento da considerare: con la caduta del regime siriano è stato aggiunto un mattone, forse quello definitivo, alla costruzione della Nuova Cortina di Ferro, ovvero alla strategia con cui l’Occidente cerca di isolare sia la Russia che l’Iran, i due nemici esistenziali che presidiano questo versante l’Heartland: una frontiera ininterrotta che si snoda lungo l’asse obliquo che parte dal Golfo di Finlandia e, passando dal Mar Nero, arriva fino al Golfo Persico.

Con la caduta di Assad, che aveva ereditato nel 2000 il potere dal padre Hafez, il quale lo aveva conquistato nel 1971 con un colpo di Stato, come già prima di lui avevano fatto Ben Bella in Algeria, Nasser in Egitto e Gheddafi in Libia, si è esaurita quella seconda fase del processo di decolonizzazione che aveva estromesso i regimi e le monarchie di comodo che erano stati insediati per assicurare la continuità degli interessi economici e geopolitici garantendo un’indipendenza e una discontinuità solo apparenti: agli sgoccioli della presidenza di Joe Biden, si completa così, a oltre un decennio dalla sua concezione, la strategia che era stata delineata da Barak Obama al fine di abbattere le cosiddette democrature arabe, i regimi solo apparentemente democratici e fautori di inaudite repressioni contro le minoranze politiche e mai allineati agli interessi statunitensi, che ingombravano le sponde del Mediterraneo meridionale e orientale.

Attraverso il sostegno recato alle Primavere Arabe, sommosse agitate da forze religiose radicali, variegate e sempre in conflitto tra loro, all’uopo variamente animate dall’Anglosfera sin dai tempi di Lawrence d’Arabia, Obama e il suo segretario di Stato Hillary Clinton volevano forgiare un nuovo inizio nelle relazioni con l’Islam: dall’Algeria alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto e fino alla Siria, facendo salvo il Libano che è tuttora un intoccabile crocevia di affari coperti, si dovevano svellere i sistemi statuali laici che si erano dimostrati impermeabili alle pressioni degli Usa, spesso alleandosi con i suoi avversari.

Ben Alì, Mubarak e Gheddafi furono fatti fuori, ma già, primo tra tutti sin dai tempi delle presidenze dei Bush, padre e figlio, era stato l’iracheno e anche lui baathista Saddam Hussein a pagare per l’insolenza manifestata con l’invasione del Kuwait, decisa per ripagarsi con quel petrolio il decennio di sanguinosissima guerra condotta per conto dell’Occidente contro l’Iran.

In Medio Oriente, come in altre aree dell’Africa, gli effetti della Primavere Arabe hanno esasperato le conseguenze dirompenti già sperimentate dopo la dissoluzione della Jugoslavia: mentre prevalgono assetti di potere in cui gli Stati non hanno più il monopolio della forza, si assiste con finta preoccupazione al prevalere di componenti etniche e religiose in continuo conflitto tra loro, e alla disintegrazione del territorio in comunità legalmente differenziate.

Il tripudio occidentale per la caduta del dittatore Assad, accompagnato dall’auspicio per il rispetto almeno delle libertà civili anche se non di quelle democratiche, cela la piena e comune consapevolezza circa il venir meno della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria, che saranno ancor più fittizie di quanto non lo sono state durante il decennio di guerra civile: da nord, la Turchia continuerà a esercitare un ferreo controllo per evitare le infiltrazioni dei curdi e cercherà di subentrare nell’egemonia esercitata finora dall’Iran; sulla costa, la Russia manterrà la base navale di Tartus e quella aerea di Khmeimim nei pressi del porto di Latakia; da sud, Israele ha già ampliato la sua area di occupazione delle alture del Golan, dichiarata eterna dal presidente Benjamin Netanyahu; da est l’Iran non farà venire meno la sua pressione.

L’Europa non si vede l’ora di far rimpatriare i tantissimi siriani che negli scorsi anni sono riusciti a ottenere l’asilo politico per essere fuggiti dalla guerra civile che insanguinava il loro Paese, soprattutto la Germania che pure ai tempi di Angela li aveva accolti a braccia aperte mentre ora conosce una crisi industriale senza prospettive.

Un interesse identico ha la Turchia, che si libererebbe del peso di ben tre milioni di profughi.

In definitiva, per le sanzioni subìte per aver invaso l’Ucraina e ora per la perdita di influenza in Siria, sarebbe soprattutto la Russia a rimetterci di più, sul piano sia economico che geopolitico.

Ma se è sempre stato questo l’obiettivo, impoverirla e sfidarla come si fece per far collassare l’Urss, non basterà la speranza che tra qualche anno arrivi il gas del Qatar a tenere in piedi l’economia europea: per seguire la strategia americana, battendosi contro la Russia, isolandosi dalla Cina e senza più intrattenere colloqui diretti con l’Iran, è solo un vaso di coccio.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.