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Così i costi e le ricariche frenano la crescita dell’auto elettrica | Lo scenario

Facile dire auto elettrica.

Difficile però, quando si diventa possessori, non farsi prendere dall’ansia da autonomia pensando subito a come e dove ricaricarla.

Se, infatti, già i dati di percorrenza diffusi dai costruttori sono ben lontani dalla realtà, variando il consumo effettivo in base a tantissimi fattori, problematico è capire dove si trovano e quante sono effettivamente le colonnine ad uso pubblico per fare un pieno di energia.

Questo, considerando anche che per diversi motivi non sempre è possibile farsi installare una wall-box a casa alla quale attaccarsi.

Oltre al fatto che, pur essendo ancora una minoranza, solo in Italia circolano oggi sulle strade circa 218.000 vetture con la spina affamate di elettroni.

Facendo allora un punto sull’argomento e guardando proprio al nostro Paese, secondo gli ultimi dati lungo la penisola ci sono 47.228 punti di ricarica, suddivisi in 26.029 infrastrutture sparse in 17.154 località.

Il 56% di queste si trovano al nord, il 21% al centro e il restante 23% al sud e nelle isole, si legge su Repubblica.

Con la Lombardia che da sola possiede 8.094 installazioni, seguita da Piemonte (4.713), Veneto (4.564), Lazio (4.558) ed Emilia-Romagna (4.050).

Mentre la Campania si conferma la regione che ha registrato nel 2023 il maggior incremento di punti con più di 2.200 nuove installazioni.

A quanto pare, insomma, da noi le prese pubbliche per dare la scossa alle auto cominciano a esserci.

Nel 2023 sono inoltre cresciute di circa il 44% rispetto all’anno precedente e va sottolineato che sulle nostre autostrade, in quasi un terzo delle aree di servizio, sono presenti 851 hub di ricarica.

Il numero sulla carta di unità installate sul territorio, che rimane comunque inferiore a quello di altri Paesi europei, tra cui la Francia (oltre 74 mila), la Germania (circa 90 mila) e il Regno Unito (più di 55.000), non indica però quante di queste siano effettivamente attivate e pronte all’uso.

L’11% delle infrastrutture presenti in Italia risulta infatti al momento non utilizzabile a causa del mancato allacciamento alla rete o per altri motivi autorizzativi.

Facendosi un giro nelle grandi città, come Roma, Milano e Torino, è facile constatare come in diverse zone si trovino numerose colonnine, presenti ormai anche da mesi, incellofanate e non funzionanti.

Bisogna inoltre considerare la tipologia e la potenza dei sistemi.

Perché, un conto è ricaricare un’auto impiegando, se supportata dalla stessa, una colonnina a corrente continua (DC) rapida o ultrarapida.

Ben diverso è invece utilizzare un’unità a corrente alternata (AC) decisamente più lenta.

Anche qui la situazione nel nostro Paese dà da pensare.

Sono 41.144 le colonnine AC con potenza minore o uguale a 43 kW, 2.375 quelle DC da 44 a 99 kW e 3.396 i punti DC con potenza superiore o uguale a 100 kW che, nel caso delle stazioni in autostrada, vanno oltre 150 kW sul 59% delle infrastrutture.

Altra questione, non meno importante, riguarda il tipo di presa.

Non c’è un unico standard, esistono quattro tipi di spine elettriche: ovvero due per la corrente AC, Tipo 1 e Tipo 2.

E due per la corrente DC: CHAdeMO e CCS.

Può allora capitare spesso di trovarsi di fronte a una colonnina con una presa non corrispondente e rimanere con il cavo in mano.

Al tutto, infine, si aggiunge il costo dell’elettricità.

I tempi in cui fare il pieno a un’auto a batteria era quasi gratis o costava pochi euro sono lontani.

Utilizzando sistemi da 50 a 350 kW si arriva infatti oggi a 0,95 euro al kWh.

Ma la cosa più fastidiosa, soprattutto per i neofiti dell’auto elettrica, è pure doversi orientare nella giungla di tariffe e abbonamenti dei vari gestori per capire cosa è meglio scegliere.

Insomma, facile dire auto elettrica.

Un po’ meno usarla.

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