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Continua l’equivoco del concordato fiscale per le partite iva | L’analisi di Stefano Lepri

Sulla Stampa Stefano Lepri commenta la volontà della maggioranza di governo di allargare le maglie del concordato fiscale biennale per le partite Iva.

“La facilità di evadere il fisco, purché l’impresa resti piccola e non si faccia troppo notare, negli anni ha distorto lo sviluppo dell’economia italiana, scoraggiando l’aumento delle dimensioni aziendali e l’innovazione, ma la promessa di un «fisco amico» resta utilissima per procacciare voti, pur se poi non si realizza.

E così si continua.

Il concordato fiscale, per il quale ieri la commissione Finanze del Senato ha suggerito alcune modifiche, fu già sperimentato una ventina di anni fa dall’allora ministro Giulio Tremonti, e dette risultati modestissimi (7-8% di adesioni).

È dunque sensato domandarsi perché governo e maggioranza insistano per riprovare.

Vent’anni fa, la minaccia di accertamenti concentrati su chi non aderisce non spaventò quasi nessuno.

Oggi negli archivi elettronici del fisco ci sono molti dati in più.

Ma gli uffici tributari hanno le forze per seguire da vicino un numero di contribuenti potenzialmente molto alto, con oltre 4 milioni di contribuenti interessati?

Negli ultimi anni grazie alla fatturazione elettronica e ad altre misure l’evasione fiscale era diminuita, specie per l’Iva che è la voce più delicata.

Ma questo governo, il cui capo ha una volta definito le tasse «pizzo di Stato» sta ora facendo i conti con un calo consistente del gettito Iva (in cifra aumenta, ma molto meno di quanto richiederebbe l’aumento dei prezzi).

Il concordato, poiché richiede un dialogo fra contribuenti e uffici tributari, sta a cuore a coloro che questo dialogo possono intermediare, ovvero commercialisti e associazioni di categoria.

Si vedrà se questo sarà sufficiente a convincere i contribuenti”.

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