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Claudio Tito (la Repubblica): «I partiti per il Quirinale sembrano aver dimenticato un fattore essenziale: l’interesse nazionale»

“Nel dibattito tra e nei partiti sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica sembra costantemente mancare un fattore che invece dovrebbe essere teoricamente decisivo. L’interesse nazionale”.

Claudio Tito su Repubblica lancia un pesante accusa all’attuale classe politica e chiede: “Cosa serve al Paese? Quali sono le sfide che lo attendono? Quali gli obiettivi? Interrogativi basilari in un fisiologico confronto democratico. Domande che indirizzerebbero non tanto la scelta del candidato, ma che libererebbero le forze politiche da quel fardello di sospetti che le appesantisce anche nel rapporto con l’opinione pubblica. Basti allora pensare a quel che è accaduto ieri. Giuseppe Conte e Matteo Salvini si sono incontrati dopo un periodo in cui certo le loro relazioni non sono state idilliache. La fine del primo governo gialloverde aveva lasciato intatti i suoi strascichi. Che ora appaiono svaniti o almeno ridimensionati.

Intendiamoci: in politica il risentimento e il rancore sono solo il segno di una debolezza. Le situazioni cambiano, gli interessi si correggono insieme ad esse. Ma è appunto questo il nucleo centrale della vacuità attuale: quell’incontro è servito a discutere l’interesse nazionale o l’interesse dei singoli partiti?

La sensazione è che l’esigenza di accantonare il passato e ricostituire una nuova forma, anche transitoria, di alleanza “gialloverde” sia determinata dai bisogni del momento. Manca, appunto, la ragion di Stato. Che può assumere e può essere rappresentata con vesti e con nomi diversi. Ma il punto – sottolinea l’editorialista – è che quella ragion di Stato manca e basta. Non solo nel caso specifico. Ogni indicazione, ogni tentazione, ogni nome avanzato e ogni nome scartato, il gioco avviato e poi ritirato sul bis di Mattarella, tutto risponde alle esigenze particolari e non al vantaggio che potrebbe trarre il Paese.

Il capo dello Stato non può essere il mero prodotto di un bilanciamento tra i bisogni delle forze politiche. Soprattutto in questa fase in cui l’Italia vive da osservata speciale in Europa e nel resto del mondo, la discussione dovrebbe assumere una dimensione più elevata. Draghi, Mattarella, o chiunque altro dovrebbe essere scelto per quel che può fare a tutela del Paese e non per quel che può fare a tutela dei partiti. L’obbligo di una classe dirigente – visto che ancora non vige l’elezione diretta e popolare del presidente della Repubblica – dovrebbe essere in primo luogo questo”.

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