Il futuro può essere la fusione nucleare sicura, che tra otto anni potrebbe vedere la prima centrale industriale, nei programmi dell’Eni. Il presente è ancora il gas, secondo l’amministratore delegato della società, Claudio Descalzi. La domanda è ancora “sostenutissima”, ai livelli di 10 o 20 anni fa, e pesa la carenza di offerta esacerbata dalla guerra in Ucraina.
Ecco che l’Italia ha bisogno di “velocità di decisione” sul nuovo rigassificatore o non potrà assorbire i 7 miliardi di metri cubi di gnl che arriveranno via nave e le bollette saliranno, spiega Descalzi. “Se ci sarà per la fine di aprile, come tutti sperano, non avremo problema”, rassicura. Il Paese potrebbe inoltre raddoppiare la produzione nazionale di gas in 2-3 anni, se i permessi arriveranno “in tempi ragionevoli”, è la sua stima, alla luce delle nuove norme sulle trivelle del governo Meloni. Sarebbero un totale di 5 o 6 miliardi di metri cubi, l’equivalente di quanto ora arriva dalla Russia.
“Questo non è un cambiamento di rotta ma permettere in un momento di emergenza di usare le nostre energie. C’è ancora gas in Italia e la Croazia che lo produce ne è una dimostrazione”, dichiara Descalzi intervistato in un forum ANSA Incontra. “Il gas si sta ancora utilizzando, avrà una vita di sei-otto anni – continua – però intanto ci porta avanti nel processo di transizione assicurando l’energia”.
La missione è quella di assicurare la sicurezza energetica senza allontanare il Paese dagli obiettivi di decarbonizzazione. È lo stesso approccio che, secondo Descalzi, dovrebbe avere la Cop 27, il vertice sul clima delle Nazioni Unite che “non può che confermare gli obiettivi climatici”.
“La sostenibilità ambientale è la priorità ma ci devono essere altre gambe. Su una sola gamba si fa fatica a stare in piedi, ci vuole poi una gamba legata alla sicurezza energetica e una gamba che è quella della competitività”, dice l’amministratore delegato dell’Eni. “Se lasci indietro sicurezza e competitività, non riesci più a fare business”, osserva.
Questi tre aspetti della sostenibilità, della sicurezza energetica e della competitività “possono stare insieme, se le cose non si fanno in modo ideologico”, è la convinzione di Descalzi. L’ad del cane a sei zampe vede quindi la necessità di utilizzare tutte le tecnologie a disposizione che impiegano prodotti puliti, compresi i biocarburanti, perché le rinnovabili da sole non bastano a risolere il problema.
“C’è tutta la catena dei biocarburanti che non vengono da idrocarburi ma da agricoltura, da arbusti oleosi coltivati in zone desertiche. Abbiamo fatto 7 accordi in Africa e stiamo già importando dal Kenya”, spiega Descalzi indicando che il progetto dà lavoro a quasi 100 mila famiglie e produce olio per le bioraffinerie di Venezia e Gela. Inoltre, garantisce, “dopo anni di test possiamo usare questi biocarburanti al 100% sui motori euro 4, euro 5 ed euro 6. E sono complementari a tutta la crescita dell’auto elettrica”.
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