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Ci vuole un Auditel per vigilare sul copyright | L’analisi di Roberto Santi

Lo scorso luglio l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha pubblicato la “Nota metodologica” per la determinazione dell’equo compenso per l’utilizzo online di pubblicazioni di carattere giornalistico da parte degli Ott-Over The Top.

Tale novità offre l’occasione per alcuni spunti di riflessioni in materia di equo compenso, cioè il compenso a cui hanno diritto autori e artisti ogni qualvolta viene sfruttata una particolare categoria di opera dell’ingegno.

La normativa prevede che il compenso spettante agli aventi diritto debba essere “adeguato” al valore dei diritti concessi tenuto conto del ruolo che l’interprete assume nell’opera, dell’eventuale collocazione dell’opera nel palinsesto, della tipologia e della durata dell’opera stessa.

Inoltre, il tutto deve essere “proporzionato” al valore economico di cui ha beneficiato l’utilizzatore in seguito alla diffusione dell’opera nella quale è stata resa l’interpretazione o l’esecuzione artistica.

Diverse sono le forme di equo compenso regolamentate dalla legge sul diritto d’autore, la quale ha subito importanti modifiche a seguito del recepimento nel nostro ordinamento giuridico della direttiva “copyright“.

Di particolare sembra essere l’equo compenso di cui sono titolari gli autori e gli artisti, del settore audiovisivo, per ogni singola forma di diffusione e/o di sfruttamento di opere cinematografiche o assimilate.

In questo mercato, sussistono alcune difficoltà operative derivanti dal fatto che non sempre risulta agevole ottenere i dati di sfruttamento dell’opera.

Non si tratta infatti più (o perlomeno non solo) di avere un dato certo quale era quello fornito dal botteghino del cinema: oggi molti film o serie passano per i canali televisivi tradizionali o per la maggior parte per le piattaforme/servizi web.

In questo scenario si è assistito alla mancata completa applicazione delle norme, europee e nazionali, che impongono (anche) alle piattaforme streaming di fornire i dati di fruizione dei propri contenuti (è di qualche mese fa infatti la notizia di una causa intentata da una collecting society avverso una piattaforma per ottenere i dati necessari alla determinazione del compenso).

Una possibile ricetta per contemperare sia le esigenze degli autori e artisti, che hanno diritto a un compenso adeguato e proporzionato, sia delle stesse piattaforme, le quali sono restie a sopportare l’onere e i costi di tale obbligo, potrebbe essere l’affidamento a un organismo terzo, indipendente e altamente qualificato (quali possono essere le cosiddette Audi, Auditel e Audicom o altri Joint Industry Committee-Jic), la raccolta e tenuta dei dati sugli sfruttamenti.

Il ruolo di un soggetto super partes, garante del corretto funzionamento del sistema, potrebbe assicurare il rispetto dei principi del nostro ordinamento quali la non discriminazione, la trasparenza, la proporzionalità e l’imparzialità.

Resta inteso, anche al fine di tutelare la concorrenza, che la raccolta e tenuta di questi dati ad opera di un terzo dovrebbe comunque essere vigilata delle Autorità competenti (Agcom e Agcm).

Queste già negli anni passati hanno svolto compiti rilevanti nell’ambito della rilevazione degli ascolti e dei diritti conseguenti (per esempio, quando Agcom ha imposto a Dazn di utilizzare Auditel per la rilevazione degli ascolti delle partite del campionato di calcio di Serie A necessari per legge per la redistribuzione degli introiti pubblicitari).

Naturalmente affinché si possano definitivamente risolvere le numerose criticità risulta in ogni caso cruciale che tutti i soggetti a vario titolo coinvolti (gli utilizzatori, titolari dei diritti d’autore e connessi e le collecting) cooperino in modo proattivo alla corretta applicazione della disciplina normativa attraverso il contemperamento di tutti gli interessi.

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