Analizzando le previsioni pubblicate ieri dal Fmi, che ha rivisto verso il basso la crescita del Pil mondiale portandola al 3,6% nel 2022, Carlo Cottarelli su Repubblica parla apertamente di “rischio stagflazione”.
Quella del Fmi, scrive Cottarelli, “è una pesante revisione, anche se niente di comparabile con la revisione di oltre 6 punti annunciata tra il gennaio e l’aprile 2020. Insomma lo shock della guerra è, per ora, meno di un sesto dello shock Covid.
Due considerazioni devono però essere aggiunte. La prima è che la previsione è basata sull’ipotesi che la guerra non si estenda oltre l’Ucraina e che il settore energetico non sia colpito da ulteriori rilevanti sanzioni, incluso quindi che l’Europa non decida di interrompere gli acquisti di gas dalla Russia. La seconda è che l’impatto della crisi ucraina sulle varie regioni del mondo è meno omogeneo di quello del Covid”.
“L’aumento del prezzo delle materie prime – prosegue Cottarelli – è il principale canale attraverso cui la guerra sta impattando sulla crescita mondiale. E sull’inflazione. Qui però il Fmi è più ottimista: è vero che ora prevede che l’inflazione resti alta per un periodo ‘più prolungato del previsto’. Ma continua a vedere un forte ridimensionamento del fenomeno già nel 2023. Mi sembra difficile.
È vero che, come sottolinea il Fmi, le aspettative inflazionistiche sono aumentate di poco per il medio periodo. È vero che il prezzo delle materie prime non può salire di continuo. Ma gli aumenti di prezzo si stanno estendendo, soprattutto negli Stati Uniti ma con qualche segnale anche da noi, al di là dei prezzi dell’energia.
E le banche centrali sembrano riluttanti ad aumentare significativamente i tassi di interesse che, al netto dell’inflazione, risultano ora molto negativi. In conclusione, se tutto questo vi ricorda la parola stagflazione, non siete i soli”.








