“La seconda industria del Paese, la moda, con 104 miliardi di fatturato industriale che si moltiplicano per dieci nel prodotto finale, 600 mila dipendenti nel settore più altrettante nel terziario e senza considerare l’indotto, 60 mila aziende dirette e altrettante nel comparto, non è considerata nella manovra del governo”.
A dirlo è Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, l’associazione che riunisce le case di moda nazionali.
La manovra 2024 del governo Meloni ha margini molto risicati, è tutta centrata sul risparmio dei costi e sul sostegno ai redditi più bassi con il taglio del cuneo fiscale, per di più operato in deficit.
Per la moda non ci sono provvedimenti, tanto meno aiuti all’industria, sebbene – ricorda Capasa durante un incontro con la stampa finanziaria mercoledì 25 a Milano – “le nostre richieste avessero raccolto l’interesse del ministro del Made in Italy, Adolfo Urso”.
Ma lo stesso ministro aveva messo le mani avanti con il rappresentante degli industriali della moda: “Speriamo che resistano ai tagli della manovra”.
Così non è stato.
Ma Capasa, scrive MF-Milano Finanza, non demorde e per questo ha avviato un’azione di pressione nei confronti del Parlamento per spuntare alcuni emendamenti che vadano a favore dell’intero comparto.
Martedì è stato sentito in un’audizione informale alla Camera, relativamente al Ddl Made in Italy.
Ma le richieste sono indirizzate in particolare sulla manovra che deve cominciare il suo iter parlamentare.
Per migliorare la competitività del settore, spiega Capasa, servirebbero diverse misure e sostegni economici, attingendo – precisa – anche al Pnrr per 500 milioni da qui al 2026 con un fondo speciale per la transizione verde e digitale delle imprese.
Ci sono poi nel settore 40 mila posti di lavoro vacanti perché non si trova personale (dai modellisti agli addetti al customer service digitale) e per questo la richiesta è che sia tolto il divieto di cumulo ai pensionati che lasciano le aziende di moda, per farli insegnare nelle academy interne delle aziende.
Nella stessa direzione andrebbe anche il rafforzamento del patent box per il design e l’ideazione estetica.
“E’ vero che la moda è un settore ricco, ma se togliamo i grandi marchi è composto da tante piccole imprese che hanno bisogno di sostegno e di essere accompagnate nella digitalizzazione, per esempio delle supply chain, e nel migliorare la sostenibilità”, osserva ancora Capasa.
Anche perché la concorrenza degli altri Paesi, dalla Romania al Portogallo, nell’alta gamma si fa sentire.
Per non parlare della Francia, che supporta molto i brand e la distribuzione.
“Per il momento all’estero ci sono piccoli distretti ma stanno crescendo e migliorando.
Se non aiutiamo la nostra industria, che rappresenta il 70% della produzione moda a livello globale, la domanda si rivolgerà in altre direzioni e non verso l’Italia.
L’unica misura di politica industriale è stata la 4.0 di Carlo Calenda, ora terminata.








